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ORFEO

RECENSIONE

ORFEO - QUANDO VOLTARSI INDIETRO SIGNIFICA GUARDARE AVANTI

​Orfeo è l’esordio alla regia di Virgilio Villoresi e, salvo imprevedibili acrobazie produttive future, si preannuncia già come il suo opus magnum. Difficile pensare di avventurarsi in una sfida altrettanto ardua quanto quella di trasporre in chiave animata, con tecniche esclusivamente analogiche, per di più in pellicola 16mm, il mito romantico per eccellenza. Una storia che nei secoli – macché, nei millenni! – ha visto adattamenti a non finire, che al cinema ha già trovato la sua coronazione (con Orfeo negro di Camus e con la versione di Jean Cocteau) e che, secondo riletture più recenti, di romantico non ha proprio niente – semmai ci dice qualcosa della vanagloria del suo protagonista.
Forse però per indagare questo piccolo gioiello dell’animazione, presentato fuori concorso all’82a Mostra del Cinema di Venezia, bisognerebbe partire proprio da qui: che senso ha oggi l’ennesima trasposizione del mito di Orfeo ed Euridice?
 
Probabilmente nessuno, non fosse che l’Orfeo di Villoresi è prima ancora l’adattamento di Poema a fumetti di Dino Buzzati, secondo molti la prima graphic novel italiana: una rilettura post-moderna del mito, ambientata a Milano, con Orfeo chitarrista (qui pianista) e duecentootto tavole imbevute di citazioni artistiche che ne narrano la discesa negli inferi per salvare Eura. Certo, trasporre a schermo il genio di Buzzati vuol dire misurarsi con una sfida ennesima, ma anche garantirsi la libertà di assecondare qualsiasi slancio di originalità e di ispirazione pur di riuscirci. E Villoresi – Virgilio, nomen omen – questo sembra averlo compreso a pieno: il regista piega il mito a uno scrigno espressivo, un vaso di Pandora nel quale riversa l’estro e la sconfinatezza del suo immaginario, e ci guida in un viaggio a tinte fantastiche nei meandri onirici degli inferi buzzatiani. Voli pindarici di genere in genere che, come fu per Icaro, lo portano sulla pericolosa soglia dell’ardire, ma che nondimeno lo nobilitano nell’impresa.
Foto
​Villoresi si destreggia agilmente tra i linguaggi visivi più difformi e spazia con eleganza e soluzione di continuità tra classico, surrealista, pubblicitario e teatrale. Una bulimia formale che a tratti può compromettere l’immersività della fruizione – complici la scelta di ridoppiare gli attori in italiano e la complessa integrazione tra recitazione fisica e stop motion – ma che di fatto non si traduce in un mero esercizio di stile, semmai nell’imperfetto e ostinato tentativo di un’ibridazione compositiva. E laddove il film incespica, la colonna sonora di Angelo Trabace rammenda con grazia: musiche mai al servizio del montaggio, ma cucite armoniosamente sulle suggestioni visive.
 
Un’opera artigianale, difficilmente ascrivibile a un unico genere, che è il riflesso di un’operazione produttiva marcatamente indipendente e di una lavorazione tecnica fieramente corale. Ne è riprova il making-of in coda alla proiezione del film, che svela la magia del dietro le quinte, o meglio, del retrobottega: cinema che gioca con l’idea stessa di Cinema, che del (pre-)cinema riscopre gli utensili e che nella sala cinematografica ricrea l’illusione, quella più materica e tangibile.
 
Al tempo della crisi delle PI, in un momento storico in cui un colosso dell’industria statunitense si appresta a ingurgitarne un altro, Orfeo ci ricorda che l’arte cinematografica non si nutre unicamente di storie, ma anche e soprattutto della capacità di portarle in scena con visionarietà e con un pizzico di pervicace intraprendenza.
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Di Luca Carani
12/12/2025

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