ORPHAN - IL DESIDERIO DI PERDERE IL PROPRIO PADRE - SPECIALE VENEZIA 82
Il nuovo film diretto da László Nemes — presentato in concorso all’82a edizione del Festival del cinema di Venezia — è l’altro lato della stessa medaglia mostrata dal regista ungherese nel suo film più celebre — premio Oscar come miglior film straniero — Il figlio di Saul.
Se nella pellicola del 2015 Nemes ha raccontato la ricerca da parte di un padre verso suo figlio, entrambi prigionieri ad Auschwitz, in Orphan avviene il processo inverso: Andor (Gyorgy Bojtik), una volta scoperta la vera identità di suo padre, farà di tutto per perderlo.
Ambientato dopo la Primavera ungherese del ‘56, Orphan ribalta la teoria della pistola checoviana. Secondo lo scrittore e drammaturgo sovietico se una pistola viene mostrata nel primo atto, entro il terzo dovrà sparare. Il film di Nemes si apre con un’arma da fuoco, ma la teoria di Čechov verrà modellata dal regista attraverso una sapiente sceneggiatura in cui la rivalità padre-figlio verrà giocata sui nervi e sulla volontà da parte del violento patriarca ungherese di possedere quella che crede sia una sua proprietà, cambiandogli il nome, iniziandolo all’alcool e pretendo un riconoscimento che il ragazzo non gli concede, preferendo lo stato di “orfano”.
Se nella pellicola del 2015 Nemes ha raccontato la ricerca da parte di un padre verso suo figlio, entrambi prigionieri ad Auschwitz, in Orphan avviene il processo inverso: Andor (Gyorgy Bojtik), una volta scoperta la vera identità di suo padre, farà di tutto per perderlo.
Ambientato dopo la Primavera ungherese del ‘56, Orphan ribalta la teoria della pistola checoviana. Secondo lo scrittore e drammaturgo sovietico se una pistola viene mostrata nel primo atto, entro il terzo dovrà sparare. Il film di Nemes si apre con un’arma da fuoco, ma la teoria di Čechov verrà modellata dal regista attraverso una sapiente sceneggiatura in cui la rivalità padre-figlio verrà giocata sui nervi e sulla volontà da parte del violento patriarca ungherese di possedere quella che crede sia una sua proprietà, cambiandogli il nome, iniziandolo all’alcool e pretendo un riconoscimento che il ragazzo non gli concede, preferendo lo stato di “orfano”.
Possedimento che il macellaio (Grégory Gadebois) — padre di Andor — imprime nei confronti della madre del ragazzo (Andrea Waskovics), nascosta durante l’olocausto dal macellaio, periodo in cui è stato concepito Andor.
Il trauma novecentesco del popolo ebraico prende vita in un racconto familiare in cui ad essere orfano — o meglio a desiderare di esserlo — non è soltanto Andor, ma l’intero popolo. Orfano di un messia e che deve superare il trauma dell’Olocausto, esattamente come Andor che è sempre stato convinto — dai racconti della madre — che suo padre biologico è morto. Non è soltanto un film intimo su un nuovo e disfunzionale nucleo familiare, ma è anche una pellicola sulla storia ebraica, così come lo erano Il figlio di Saul e Tramonto.
Il trauma novecentesco del popolo ebraico prende vita in un racconto familiare in cui ad essere orfano — o meglio a desiderare di esserlo — non è soltanto Andor, ma l’intero popolo. Orfano di un messia e che deve superare il trauma dell’Olocausto, esattamente come Andor che è sempre stato convinto — dai racconti della madre — che suo padre biologico è morto. Non è soltanto un film intimo su un nuovo e disfunzionale nucleo familiare, ma è anche una pellicola sulla storia ebraica, così come lo erano Il figlio di Saul e Tramonto.
Di Saverio Lunare
28/08/2025