Palme d'oro memorabili del nuovo millennio
La 77ª edizione del Festival del cinema di Cannes partirà il 14 maggio, con la chiusura della kermesse e l'assegnazione della Palma d'oro prevista per il 25.
Si prospetta un Festival colmo di opere affascinanti. Dai grandi colossi del cinema mondiale, come il ritorno di Francis Ford Coppola con Megalopolis o la nuova pellicola di David Cronenberg The Shrouds, passando per i nuovi registi più interessanti del panorama cinematografico: Sean Baker con Anora, il regista dissidente Kirill Serebrennikov con Liminov: The Ballad, Ali Abbasi con il suo ritratto di un giovane Donald Trump in The Apprentice e Coralie Fargeat con il suo secondo lungometraggio The Substance, arrivando fino al nostro Paolo Sorrentino che torna in concorso con Parthenope.
La giuria presieduta dalla regista Greta Gerwig non avrà vita facile a stilare il Palmarès e ad assegnare la Palma d'oro al miglior film.
In questo speciale dedicato al Festival abbiamo scelto alcune della Palme d'oro più memorabili del nuovo millennio.
Si prospetta un Festival colmo di opere affascinanti. Dai grandi colossi del cinema mondiale, come il ritorno di Francis Ford Coppola con Megalopolis o la nuova pellicola di David Cronenberg The Shrouds, passando per i nuovi registi più interessanti del panorama cinematografico: Sean Baker con Anora, il regista dissidente Kirill Serebrennikov con Liminov: The Ballad, Ali Abbasi con il suo ritratto di un giovane Donald Trump in The Apprentice e Coralie Fargeat con il suo secondo lungometraggio The Substance, arrivando fino al nostro Paolo Sorrentino che torna in concorso con Parthenope.
La giuria presieduta dalla regista Greta Gerwig non avrà vita facile a stilare il Palmarès e ad assegnare la Palma d'oro al miglior film.
In questo speciale dedicato al Festival abbiamo scelto alcune della Palme d'oro più memorabili del nuovo millennio.
DANCER IN THE DARK (2000) DI LARS VON TRIER
Una Palma d’oro per il miglior film e una per la migliore attrice non hanno potuto guarire le ferite psicologiche della cantante nonché attrice protagonista Bjork (che dopo l’esperienza decise di abbandonare il mondo della recitazione): sul set sono tante le accuse sferrate ai metodi e al comportamento del regista Lars Von Trier. Ciononostante l’interpretazione della cantante islandese è presto diventata una delle più iconiche della storia del cinema: struggente, potente, indimenticabile.
Dancer in the dark è il musical-non-musical (in cui le canzoni provengono sempre dai suoni della stanza, e l’happy ending non è contemplato), destrutturato, provocatore e cinico: come lo stesso regista.
In concorso quell’anno se la giocava con capolavori del calibro di In the mood for love di Wong Kar-wai e Yi Yi di Edward Yang, ma il presidente di giuria Luc Besson decise di consegnare il premio a Lars Von Trier, e forse va bene così.
Dancer in the dark è il musical-non-musical (in cui le canzoni provengono sempre dai suoni della stanza, e l’happy ending non è contemplato), destrutturato, provocatore e cinico: come lo stesso regista.
In concorso quell’anno se la giocava con capolavori del calibro di In the mood for love di Wong Kar-wai e Yi Yi di Edward Yang, ma il presidente di giuria Luc Besson decise di consegnare il premio a Lars Von Trier, e forse va bene così.
il pianista (2002) di roman polanski
A trionfare nella 55a edizione del Festival è il delicato racconto ambientato durante l’olocausto, per la regia di Roman Polanski. Il tocco personale e intimo del regista polacco (ebreo e sopravvissuto al genocidio) colpisce nel segno, così come la straordinaria interpretazione di un giovane Adrian Brody. Senza mai trasferire allo spettatore una sensazione di pietismo, ma conducendolo nell’inferno che è stato l’olocausto attraverso sequenze magistrali Roman Polanski firma un capolavoro, che è entrato nell’olimpo dei film sulla shoah.
Il Pianista si aggiudica la Palma d’oro, assegnata dalla giuria presieduta da David Lynch. Il Palmarès comprende un ex-equo per la miglior regia, con Paul Thomas Anderson e il suo Ubriaco d’amore e Im Kwon-taek con Ebbro di donne e di pittura che devono dividersi il premio, mentre a bocca asciutta resta Aleksandr Sokurov con il suo incredibile Arca russa.
Il Pianista si aggiudica la Palma d’oro, assegnata dalla giuria presieduta da David Lynch. Il Palmarès comprende un ex-equo per la miglior regia, con Paul Thomas Anderson e il suo Ubriaco d’amore e Im Kwon-taek con Ebbro di donne e di pittura che devono dividersi il premio, mentre a bocca asciutta resta Aleksandr Sokurov con il suo incredibile Arca russa.
elephant (2003) di gus van sant
Il ritratto di un’America colpita nel profondo, nel proprio intimo. Gus Van Sant racconta la strage della Columbine sotto un altro punto di vista, quello della quotidianità dei ragazzi, del loro essere persi in una società che non riesce mai a comunicare con la nuove generazioni. Un film che cristallizza i momenti, i gesti, li ribalta mostrandoci un lato diverso, focalizza lo sguardo su un’altra zona d’interesse. (citando un film più recente che ha tanti punti in comune con il capolavoro di Gus Van Sant).
Non soltanto la Palma d’oro si aggiudica Elephant, durante la 56a edizione del Festival, Gus Van Sant si porta a casa anche il premio per la miglior regia, superando Lars Von Trier con il suo Dogville e il grande François Ozon con Swimming Pool.
Non soltanto la Palma d’oro si aggiudica Elephant, durante la 56a edizione del Festival, Gus Van Sant si porta a casa anche il premio per la miglior regia, superando Lars Von Trier con il suo Dogville e il grande François Ozon con Swimming Pool.
Fahrenheit 9/11 (2004) di Michael Moore
Il suo trionfo alla 57a edizione del Festival del cinema di Cannes ha dato il via al boom del documentario, aumentando l’interesse mondiale verso questo stile narrativo.
Con il suo Fahrenheit 9/11 Moore racconta le ipocrisie dell’America di Bush culminate nell’insensata impresa bellica in Iraq, capro espiatorio per gli avvenimenti dell’undici settembre. Da sempre divisivo per il suo modo di raccontare gli USA, Michael Moore non si tira mai indietro e ci mette ancora una volta la faccia.
La giuria guidata da Quentin Tarantino con un occhio di riguardo per il cinema orientale, assegna il premio speciale della giuria ad Oldboy di Park Chan-wook e il premio per la miglior interpretazione femminile a Maggie Cheung, per Clean diretto da Olivier Assayas.
Con il suo Fahrenheit 9/11 Moore racconta le ipocrisie dell’America di Bush culminate nell’insensata impresa bellica in Iraq, capro espiatorio per gli avvenimenti dell’undici settembre. Da sempre divisivo per il suo modo di raccontare gli USA, Michael Moore non si tira mai indietro e ci mette ancora una volta la faccia.
La giuria guidata da Quentin Tarantino con un occhio di riguardo per il cinema orientale, assegna il premio speciale della giuria ad Oldboy di Park Chan-wook e il premio per la miglior interpretazione femminile a Maggie Cheung, per Clean diretto da Olivier Assayas.
Il vento che accarezza l'erba (2006) di Ken Loach
La prima di due Palme d’oro per il grande Ken Loach (che bisserà con Io, Daniel Blake nel 2016). Il vento che accarezza l’erba racconta la guerra d’indipendenza irlandese e lo fa, come sempre nel cinema di Loach, mettendo in evidenza gli esseri umani e le proprie ideologie. Una parabola sulla resistenza e sull’impatto di essa durante il conflitto.
È Wong kar-wai a guidare la giuria che assegna la Palma a Loach, sorprendono i premi per le migliori interpretazioni, entrambi assegnati ad interi cast: quello femminile per Volver di Pedro Almodóvar, quello maschile per il cast di Days of Glory diretto da Rachid Bouchareb.
È Wong kar-wai a guidare la giuria che assegna la Palma a Loach, sorprendono i premi per le migliori interpretazioni, entrambi assegnati ad interi cast: quello femminile per Volver di Pedro Almodóvar, quello maschile per il cast di Days of Glory diretto da Rachid Bouchareb.
4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) di Cristian Mungiu
La regia di Mungiu in questo film trasforma quella che sarebbe la storia drammatica di due donne (l’una intenta ad aiutare l’amica ad abortire) in un vero e proprio thriller di tensione, paura e brutalità. I lunghi long take nei vicoli bui e spaventosi della Romania degli anni ‘80 (nella quale la dittatura di Ceausescu punisce con il carcere chi tenta di abortire), sembrano vicoli senza via d’uscita, così come sembra senza via d’uscita la vita per le donne: asfissiante, mortificante, silenziosa, segreta. Un film che bisogna vivere sulla pelle.
Così come l’ha vissuto e capito il presidente di giuria di quell’anno: Stephen Frears che rinunciò a consegnare la palma a nomi importanti come Emir Kusturica, David Fincher, i fratelli Coen, Fatih Akın, Lee Chang-dong, Quentin Tarantino e Gus Van Sant, per consegnarla ad un regista che con soli 600.000 euro di budget è riuscito a creare un capolavoro.
Così come l’ha vissuto e capito il presidente di giuria di quell’anno: Stephen Frears che rinunciò a consegnare la palma a nomi importanti come Emir Kusturica, David Fincher, i fratelli Coen, Fatih Akın, Lee Chang-dong, Quentin Tarantino e Gus Van Sant, per consegnarla ad un regista che con soli 600.000 euro di budget è riuscito a creare un capolavoro.
Il nastro bianco (2009) di Michael Haneke
I futuri nazisti messi in scena da Michael Haneke. Con la sua incredibile freddezza, il regista austriaco mostra una generazione scossa da tanti piccoli strani eventi, culminati con lo scoppio del primo conflitto mondiale. Così come Ken Loach, anche Haneke bisserà il successo alla kermesse, nel 2012 si aggiudicherà la seconda Palma d’oro con Amour.
Isabelle Huppert assegna la Palma a Il nastro bianco, in un Palmarès in cui spiccano Jacques Audiard, che vince il premio speciale della giuria con Il Profeta, Charlotte Gainsbourg che si aggiudica il premio per la miglior interpretazione femminile con Antichrist di Lars Von Trier e Christoph Waltz trionfante in quella maschile con il suo Hans Landa, il nazista di Bastardi senza gloria.
Isabelle Huppert assegna la Palma a Il nastro bianco, in un Palmarès in cui spiccano Jacques Audiard, che vince il premio speciale della giuria con Il Profeta, Charlotte Gainsbourg che si aggiudica il premio per la miglior interpretazione femminile con Antichrist di Lars Von Trier e Christoph Waltz trionfante in quella maschile con il suo Hans Landa, il nazista di Bastardi senza gloria.
Parasite (2019) di Bong Joon-ho
Ce lo ricordiamo tutti il film che ha risvegliato l’interesse per il cinema asiatico e in particolare coreano in tutto il mondo. Parasite è un film di fondamentale importanza: il primo nella storia degli Academy Awards a vincere un Oscar come miglior film pur non essendo in lingua inglese, nonché il primo film coreano ad aggiudicarsi la Palma, dando così una nuova scossa e una rinnovata attenzione globale verso il cinema asiatico. Ma la verità è che nei circuiti festivalieri il cinema orientale è di fondamentale importanza da molti anni e Parasite non fa che confermarlo. Un film che parla a tutti in modo universale e trasversale, di disuguaglianze e ingiustizie sociali sì, ma anche di umanità, e che trae il suo successo dalla moltitudine di generi a cui attinge e dall’abbattimento del confine tra “film d’essai” e film d’intrattenimento.
Con il presidente di giuria Alejandro González Iñárritu accadde che per la seconda volta una giuria si trovò d’accordo in maniera unanime per l’assegnazione del premio (la prima fu con La vita di Adele nel 2013).
Con il presidente di giuria Alejandro González Iñárritu accadde che per la seconda volta una giuria si trovò d’accordo in maniera unanime per l’assegnazione del premio (la prima fu con La vita di Adele nel 2013).
Titane (2021) di Julia Ducournau
Julia Ducournau è solo la seconda donna a vincere il più prestigioso premio di Cannes (la prima è stata Jane Campione con Lezioni di piano nel 1993). La scelta che prese il presidente di giuria Spike Lee è degna di nota: consegnare il premio ad un film ody horror cronenberghiano, sfacciato, provocatore, violento, sensuale, coraggioso.
Come disse Nanni Moretti con tono risentito: «Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac.» Tutto corretto Nanni: il futuro non solo del cinema ma anche dell’umanità è un super uomo-donna ibridato alla macchina e bisogna riflettere su cosa stiamo diventando e su cosa saremo.
Come disse Nanni Moretti con tono risentito: «Invecchiare di colpo. Succede. Soprattutto se un tuo film partecipa a un festival. E non vince. E invece vince un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac.» Tutto corretto Nanni: il futuro non solo del cinema ma anche dell’umanità è un super uomo-donna ibridato alla macchina e bisogna riflettere su cosa stiamo diventando e su cosa saremo.
Anatomia di una caduta (2023) di Justine Triet
La regista Justine Triet mette in scena un processo che diventa simbolo di un’incomunicabilità insita nell’uomo, tra lingue diverse, incongruenze processuali, inaffidabilità di testimoni e dubbi invalicabili che non fanno altro che tendere a colmare quei buchi con la narrazione che ci sembra più probabile.
Bisogna riconoscere come il 2023 fu un anno davvero notevole per il concorso di Cannes: ci sono state opere del calibro di Monster diretto da Hirokazu Kore'eda, May December di Todd Haynes, Il gusto delle cose di Trần Anh Hùng, Perfect Days di Wim Wenders, Rapito di Marco Bellocchio e La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Ciononostante il presidente di giuria Ruben Östlund consegna il premio alla regista francese Justine Triet, assegnando solo il primo di molti premi provenienti da tutto il mondo.
Di Simona Rurale e Saverio Lunare
Bisogna riconoscere come il 2023 fu un anno davvero notevole per il concorso di Cannes: ci sono state opere del calibro di Monster diretto da Hirokazu Kore'eda, May December di Todd Haynes, Il gusto delle cose di Trần Anh Hùng, Perfect Days di Wim Wenders, Rapito di Marco Bellocchio e La zona d’interesse di Jonathan Glazer. Ciononostante il presidente di giuria Ruben Östlund consegna il premio alla regista francese Justine Triet, assegnando solo il primo di molti premi provenienti da tutto il mondo.
Di Simona Rurale e Saverio Lunare