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PASSENGER

RECENSIONE

PASSENGER - L'HORROR ON THE ROAD IN DUE SEQUENZE

​Torna al cinema il regista André Øvredal, dopo l’insuccesso di Demeter - Il risveglio di Dracula (2023), che segue quello di Scary Stories to Tell in the Dark (2019) — pellicola di gran lunga migliore rispetto a quella successiva, ma a cui è mancata la risposta del pubblico — e nel mezzo l’intrusione direttamente in streaming di Mortal (2020).

Passenger, il suo nuovo horror, è un ribaltamento del sogno — molto connesso agli Stati Uniti d’America — della vita on the road: mollare tutto per vivere in viaggio all’interno di un van che diventa la propria abitazione, abbandonando il radicamento alla vita capitalista.
Dopo aver assistito ad un incidente, la coppia di futuri sposi composta da Maddie (Lou Llobell) e Tyler (Jacob Scipio) viene maledetta da una presenza soprannominata il passeggero che perseguiterà il viaggio della coppia.

Se la scrittura del film — firmata da Zachary Donohue e T.W. Burgess — lascia a desiderare, soprattutto nella gestione della protagonista interpretata da Lou LLobell, André Øvredal sembra avere qualche sporadico sussulto d’orgoglio registico, ricordandosi ancora come si fa. Esemplificativo in due sequenze dirette dal norvegese: la prima è quella del tragitto che la protagonista compie dalla palestra al van. Dilatando il tempo, inserendo un elemento di distrazione della tensione, muovendo la macchina da presa, il regista riesce a creare un’ottima sequenza che tiene incollato lo spettatore all’atmosfera ansiogena del genere. La seconda — ed è la migliore del film — vede protagonista la proiezione di Vacanze romane (1953) nel buio del bosco, con i corpi e i volti di Gregory Peck e Audrey Hepburn che cercano di illuminare la minaccia nell’oscurità.
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​C’è poco altro all’interno del film, e probabilmente questi due momenti non riescono a salvare Passenger dalla sciatteria generale in cui la pellicola affonda, soprattutto per alcune decisioni narrative e per un finale insufficiente anche nella messa in scena; ma mostrano il talento di Øvredal — che ricordiamolo, è il regista di Autopsy (2016) e Troll Hunter (2010) — nel gestire le singole sequenze, nel saper fare il proprio mestiere, e anche in un film fagocitato da semplicismi orrorifici, mettere in mostra le sue capacità registiche.

Tra i tanti difetti di Passenger, si poteva fare qualcosa in più nel design visivo del demone, troppo generico e dimenticabile, che vorrebbe ispirarsi alla fisicità di Iggy Pop — non a caso la pellicola si conclude con il suo omonimo brano — ma che sembra farlo con poca sicurezza.

Non riesce il miracolo ad André Øvredal, ma a volte sembra che nella sua testa ritorni quel sentore di essere un ottimo regista horror, e tornando a respirare l’aria dei “bei tempi” riesce, in pochi e sporadici momenti, a ricordarcelo.
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Di Saverio Lunare
24/05/2026

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