PATERNAL LEAVE - I GESTI D'AMORE DI LUCA MARINELLI E ALISSA JUNG
Quando il singolo gesto è gestito molto meglio dell’intero flusso di sequenze, si ottiene un risultato altalenante, colmo di ingenuità classiche di un esordio ma anche di ottimi momenti di cinema, in cui la dolcezza dell’operazione (soprattutto sul lato editoriale) viene messa in risalto e riesce a colpire i sentimenti dello spettatore.
L’esordio di Alissa Jung, ambientato in una località balneare romagnola fuori stagione, mette in contatto Leo (Juli Grabenheric), una giovane adolescente tedesca, con suo padre Paolo (Luca Marinelli) surfista gira mondo che quindici anni prima non era riuscito a prendersi la responsabilità di crescere una figlia, ma che adesso sta cercando di non rifare lo stesso errore con Emilia, la sua seconda bambina.
Una fuga all’insaputa dei propri legami quella della giovane, che non parla italiano ma che è volenterosa di capire le ragioni che hanno spinto suo padre ad abbandonarla. Ed è proprio in questa direzione che avviene il primo, eccezionale, gesto: un’intervista fatta da Leo a suo padre. Ingenuamente la ragazza crede di poter conoscere Paolo con i metodi della contemporaneità (il podcast), ma ovviamente per mettersi realmente in contatto con la figura paterna non basta il botta e risposta programmatico, quanto la condivisione di momenti ed esperienze che possano far scoprire l’uno dell’altro aspetti e caratteristiche. La riuscita di questi singoli gesti si alterna all’utilizzo da parte della Jung di banali archetipi emozionali, in cui la regista tedesca mette in mostra l’inesperienza, scivolando nella semplicità emotiva. Uno su tutti, l’immancabile momento di sfogo in cui qualcuno urla osservando l’orizzonte, liberandosi di un peso e sfogandosi. Pensate a quante volte avete visto questo espediente e datevi una risposta sul perché ne siamo saturi.
L’esordio di Alissa Jung, ambientato in una località balneare romagnola fuori stagione, mette in contatto Leo (Juli Grabenheric), una giovane adolescente tedesca, con suo padre Paolo (Luca Marinelli) surfista gira mondo che quindici anni prima non era riuscito a prendersi la responsabilità di crescere una figlia, ma che adesso sta cercando di non rifare lo stesso errore con Emilia, la sua seconda bambina.
Una fuga all’insaputa dei propri legami quella della giovane, che non parla italiano ma che è volenterosa di capire le ragioni che hanno spinto suo padre ad abbandonarla. Ed è proprio in questa direzione che avviene il primo, eccezionale, gesto: un’intervista fatta da Leo a suo padre. Ingenuamente la ragazza crede di poter conoscere Paolo con i metodi della contemporaneità (il podcast), ma ovviamente per mettersi realmente in contatto con la figura paterna non basta il botta e risposta programmatico, quanto la condivisione di momenti ed esperienze che possano far scoprire l’uno dell’altro aspetti e caratteristiche. La riuscita di questi singoli gesti si alterna all’utilizzo da parte della Jung di banali archetipi emozionali, in cui la regista tedesca mette in mostra l’inesperienza, scivolando nella semplicità emotiva. Uno su tutti, l’immancabile momento di sfogo in cui qualcuno urla osservando l’orizzonte, liberandosi di un peso e sfogandosi. Pensate a quante volte avete visto questo espediente e datevi una risposta sul perché ne siamo saturi.
Paternal Leave è un film con Luca Marinelli, e in quanto tale non può passare in secondo piano un discorso editoriale sull’operazione da parte dell’attore romano. Probabilmente Marinelli in questo momento condivide il podio con Favino e Borghi di attore affidabile, non tanto per i risultati al botteghino, quanto per una generale riuscita qualitativa dei suoi prodotti. Lo spettatore quando va a vedere un film con Marinelli si aspetta un prodotto di qualità. Per questo l’attore non avrebbe bisogno di questo tipo di operazioni, di film così piccoli e di circuito che generalmente servono agli attori a farsi conoscere o a ripulirsi da grosse cadute e batoste. Marinelli è legato sentimentalmente ad Alissa Jung, e questo legame è punto centrale del film. I gesti dell’attore (tra cui un dolcissimo abbraccio a Leo e un altrettanto tenero momento canzone con sua figlia Emilia) sono i migliori del film. Si vede che chi lo sta filmando ha uno sguardo dolce nei suoi confronti, e anche quando sbaglia (e nel film Paolo è un personaggio che non fa altro che compiere errori) lo fa con tenerezza. Se questo in altri casi potrebbe trasformarsi in un aspetto negativo, in Paternal Leave è ciò che funziona maggiormente, è ciò che colpisce di più lo spettatore sul lato emotivo.
Ed è così che i tanti difetti della pellicola passano in secondo piano, con il film che riesce a portare - con estrema semplicità e forse troppa prevedibilità - il risultato a casa. Un risultato acquisito grazie ai singoli momenti e alle gestualità estrapolate, non tanto per merito del complesso narrativo e semantico dell’intero film.
Ed è così che i tanti difetti della pellicola passano in secondo piano, con il film che riesce a portare - con estrema semplicità e forse troppa prevedibilità - il risultato a casa. Un risultato acquisito grazie ai singoli momenti e alle gestualità estrapolate, non tanto per merito del complesso narrativo e semantico dell’intero film.
Di Saverio Lunare