PEEPING TOM - L'UOMO CON LA MACCHINA DA PRESA
Alla sua uscita nel 1960, Peeping Tom fu accolto da stroncature feroci. In pieno clima del Free Cinema inglese – che celebrava il realismo e le classi popolari – il film del grande regista inglese Michael Powell, qui orfano del solidale Emeric Pressburger dopo oltre quindici anni di collaborazione, sembrava un oggetto alieno: la critica lo bollò come “malato”, lo spettatore medio lo rifiutò. Oggi, che possiamo invece riconoscerlo come una delle opere più audaci del cinema britannico, Peeping Tom si mostra di nuovo al pubblico in una versione restaurata in 4K, grazie all’impegno della Cineteca di Bologna e alla Film Foundation di Martin Scorsese, che non ha mai nascosto di considerarlo – insieme a 8½ – “il più grande film sul pericolo di fare cinema”. Un cult ritrovato, un’opera che, a 65 anni dalla sua uscita, non ha perso un briciolo del suo potenziale disturbante e visionario. Anzi, sembra ancora più moderna oggi, che viviamo immersi nel culto dello sguardo e della sorveglianza permanente.
Girato con un budget ridotto, senza star di richiamo, in un momento di crisi del cinema britannico, Peeping Tom (espressione che indica un guardone, qualcuno che prova piacere nel guardare furtivamente qualcun’altro) racconta la storia di Mark Lewis (Carlo Boehm), un giovane operatore cinematografico. All’apparenza gentile, solitario, quasi invisibile. Ma dietro l’obiettivo della camera, Mark si trasforma: uccide donne filmando le loro ultime espressioni, catturando la paura nel momento esatto in cui arriva la morte.
Lo fa con una lama nascosta nel treppiede della sua macchina da presa, uno strumento tecnico convertito in oggetto di morte, metafora potente e disturbante del potere del cinema di manipolare la realtà. La sua ossessione ha radici profonde: da bambino è stato sottoposto a esperimenti psicologici dal padre, uno scienziato sadico (interpretato dallo stesso Powell, in un beffardo gioco di corrispondenze) che documentava con freddezza ogni suo stato d’ansia, ogni notte di terrore. Neanche l’amicizia con la dolce vicina di casa Helen (Anna Massey), che a lui si affeziona offrendogli forse una via di fuga, sembra poterlo salvare dai suoi incubi. Intrappolato in una coazione a ripetere, che lo porta a inscenare il trauma vissuto, Mark è sia vittima che carnefice, erede della malattia dello sguardo del padre, e la macchina da presa da lui donatagli diventa lo strumento con cui cattura e conserva la paura.
Girato con un budget ridotto, senza star di richiamo, in un momento di crisi del cinema britannico, Peeping Tom (espressione che indica un guardone, qualcuno che prova piacere nel guardare furtivamente qualcun’altro) racconta la storia di Mark Lewis (Carlo Boehm), un giovane operatore cinematografico. All’apparenza gentile, solitario, quasi invisibile. Ma dietro l’obiettivo della camera, Mark si trasforma: uccide donne filmando le loro ultime espressioni, catturando la paura nel momento esatto in cui arriva la morte.
Lo fa con una lama nascosta nel treppiede della sua macchina da presa, uno strumento tecnico convertito in oggetto di morte, metafora potente e disturbante del potere del cinema di manipolare la realtà. La sua ossessione ha radici profonde: da bambino è stato sottoposto a esperimenti psicologici dal padre, uno scienziato sadico (interpretato dallo stesso Powell, in un beffardo gioco di corrispondenze) che documentava con freddezza ogni suo stato d’ansia, ogni notte di terrore. Neanche l’amicizia con la dolce vicina di casa Helen (Anna Massey), che a lui si affeziona offrendogli forse una via di fuga, sembra poterlo salvare dai suoi incubi. Intrappolato in una coazione a ripetere, che lo porta a inscenare il trauma vissuto, Mark è sia vittima che carnefice, erede della malattia dello sguardo del padre, e la macchina da presa da lui donatagli diventa lo strumento con cui cattura e conserva la paura.
Come scriveva Bazin nel suo saggio Che cos'è il cinema?, “la fotografia è l’arte di imbalsamare il tempo”. In Peeping Tom, questa frase diventa letterale e inquietante: Mark registra la morte, la conserva e la rianima nel buio della camera oscura ricavata all’interno del suo appartamento, che è anche la metafora perfetta della sua psiche disturbata. Come in Psycho, uscito lo stesso anno, il vero orrore è nella mente dell’uomo, non fuori da lui. Il suo rifugio, infatti, non è solo fisico, è un luogo mentale, una tenda che separa il mondo esterno dalla vertigine interiore. Entrarci, anche per lo spettatore, significa accedere al suo inconscio, al cuore del suo disagio mentale, violando la soglia tra osservazione e complicità, che è alla base del film. In Peeping Tom lo spettatore cinematografico, in fondo anche lui un guardone per natura, è posto nella condizione di essere sempre complice delle azioni e del punto di vista di Mark, con cui si identifica in modi inaspettati. È un film che osserva il nostro bisogno di osservare, che ci mette di fronte al fatto che guardare non è mai un atto neutro e che il senso della vista può essere ingannevole. Per farlo Powell costruisce il film come un labirinto di riflessi, specchi, inquadrature incrociate e distorte, in cui l’utilizzo della profondità di campo diventa il marchio stilistico perfetto per esprimere l’esercizio voyeuristico del protagonista attraverso il suo punto di vista.
È come se continuasse in maniera distorta l’opera di Dziga Vertov, che fin dagli anni ‘20 (e in particolare con il suo L’uomo con la macchina da presa) aveva celebrato la straordinaria abilità della macchina da presa di cogliere la verità delle vicende umane, vero e proprio trattato teorico che smaschera i principi che governano il linguaggio cinematografico tramite l’esibizione del mezzo. E come Hitchcock ne La finestra sul cortile, Powell riflette sul potere (e sul pericolo) dello sguardo: non si tratta di osservare passivamente, ma di riconoscersi nel desiderio stesso di vedere, diventando complici di quello sguardo. Così Mark, cercando di catturare il volto della morte, insegue una verità più profonda, un’immagine che possa finalmente svelare chi è. “Non riesco a descriverlo, posso solo fotografarlo”, dice. Il linguaggio verbale fallisce, resta solo l’immagine.
Peeping Tom è un film che sfugge a facili catalogazioni: thriller psicanalitico, dramma romantico in forma di incubo, saggio teorico sull’atto del filmare e riflessione complessa e provocatoria sul cinema stesso. Capace di alternare humour nero, tensione hitchcockiana e struggente tenerezza, è un’opera preziosa che si pone come punto di svolta tra classico e moderno, anticipando il cinema di indagine dello sguardo che sarà centrale dagli anni Sessanta in poi in film come Blow-Up, Velluto Blu o Videodrome. Un capolavoro che ha pagato il prezzo della sua radicalità, e che oggi possiamo finalmente (ri)guardare con l’attenzione che merita.
È come se continuasse in maniera distorta l’opera di Dziga Vertov, che fin dagli anni ‘20 (e in particolare con il suo L’uomo con la macchina da presa) aveva celebrato la straordinaria abilità della macchina da presa di cogliere la verità delle vicende umane, vero e proprio trattato teorico che smaschera i principi che governano il linguaggio cinematografico tramite l’esibizione del mezzo. E come Hitchcock ne La finestra sul cortile, Powell riflette sul potere (e sul pericolo) dello sguardo: non si tratta di osservare passivamente, ma di riconoscersi nel desiderio stesso di vedere, diventando complici di quello sguardo. Così Mark, cercando di catturare il volto della morte, insegue una verità più profonda, un’immagine che possa finalmente svelare chi è. “Non riesco a descriverlo, posso solo fotografarlo”, dice. Il linguaggio verbale fallisce, resta solo l’immagine.
Peeping Tom è un film che sfugge a facili catalogazioni: thriller psicanalitico, dramma romantico in forma di incubo, saggio teorico sull’atto del filmare e riflessione complessa e provocatoria sul cinema stesso. Capace di alternare humour nero, tensione hitchcockiana e struggente tenerezza, è un’opera preziosa che si pone come punto di svolta tra classico e moderno, anticipando il cinema di indagine dello sguardo che sarà centrale dagli anni Sessanta in poi in film come Blow-Up, Velluto Blu o Videodrome. Un capolavoro che ha pagato il prezzo della sua radicalità, e che oggi possiamo finalmente (ri)guardare con l’attenzione che merita.
Di Francesco Paolo Francini
10/10/2025