PORTOBELLO - L'IMPORTANZA DI CHIAMARSI FABRIZIO GIFUNI
Di Portobello ricordiamo tutti le stesse immagini: il carismatico Enzo Tortora, il pappagallo verde, il varietà che ha rivoluzionato la tv italiana. Ma Portobello, cavalcando onde altissime di audience, porta anche il ricordo indelebile di uno dei casi giudiziari più assurdi della nostra storia.
Marco Bellocchio si sa, ricordiamo Esterno Notte, è un grande connoisseur della storia italiana, e chi meglio di lui poteva mettere in scena un momento così riconoscibile? L’impresa era però ardua. Quando ci si cimenta col costume italiano, soprattutto di questa portata, ci si deve sempre accordare con l’immaginario collettivo rimasto da un pezzo di storia così importante. Quindi, portare sullo schermo Enzo Tortora voleva dire confrontarsi con la memoria collettiva e fare capo a diverse forze.
Bellocchio, allora, che sembra aver trovato nella forma seriale uno spazio in cui dare sfogo alle sue pulsioni in modo più libero rispetto al lungometraggio, cerca un equilibrio. Un’armonia tra tante pulsioni diverse: la storia reale, la memoria collettiva, appunto, e la storia del racconto che mette in scena. Ma la commistione di tutti queste pulsioni diverse, ardita e coraggiosa, finisce talvolta per complicare la narrazione, incastrandola in sentieri scivolosi, tra ricostruzione storica e un’operazione politico-simbolica.
L’intenzione di Bellocchio è piuttosto chiara, non vuole un Tortora umano, con visibili crepe e vizi, il regista sceglie piuttosto di rappresentarlo come un’icona martirologica. Scevro della brillantezza e del carisma - che sono sempre appartenuti all’uomo Tortora - quello sullo schermo appare quasi come una figura ascetica, che qualche volta si concede una sniffata di tabacco, al quale però “non è più abituato”. Non è un caso, allora, che il suo interprete, Fabrizio Gifuni, appunto, sia lo stesso dell’Aldo Moro di Esterno Notte: entrambi abitano statici e silenziosi lo schermo, optando per un freddo distacco invece del mimetismo
Marco Bellocchio si sa, ricordiamo Esterno Notte, è un grande connoisseur della storia italiana, e chi meglio di lui poteva mettere in scena un momento così riconoscibile? L’impresa era però ardua. Quando ci si cimenta col costume italiano, soprattutto di questa portata, ci si deve sempre accordare con l’immaginario collettivo rimasto da un pezzo di storia così importante. Quindi, portare sullo schermo Enzo Tortora voleva dire confrontarsi con la memoria collettiva e fare capo a diverse forze.
Bellocchio, allora, che sembra aver trovato nella forma seriale uno spazio in cui dare sfogo alle sue pulsioni in modo più libero rispetto al lungometraggio, cerca un equilibrio. Un’armonia tra tante pulsioni diverse: la storia reale, la memoria collettiva, appunto, e la storia del racconto che mette in scena. Ma la commistione di tutti queste pulsioni diverse, ardita e coraggiosa, finisce talvolta per complicare la narrazione, incastrandola in sentieri scivolosi, tra ricostruzione storica e un’operazione politico-simbolica.
L’intenzione di Bellocchio è piuttosto chiara, non vuole un Tortora umano, con visibili crepe e vizi, il regista sceglie piuttosto di rappresentarlo come un’icona martirologica. Scevro della brillantezza e del carisma - che sono sempre appartenuti all’uomo Tortora - quello sullo schermo appare quasi come una figura ascetica, che qualche volta si concede una sniffata di tabacco, al quale però “non è più abituato”. Non è un caso, allora, che il suo interprete, Fabrizio Gifuni, appunto, sia lo stesso dell’Aldo Moro di Esterno Notte: entrambi abitano statici e silenziosi lo schermo, optando per un freddo distacco invece del mimetismo
Il Tortora di Bellocchio, allora, purificato e immacolato, appare vagamente diverso dalla figura carismatica e ironica dello showman impressa nella memoria collettiva. Il regista opta volutamente per un’aura quasi monastica, e Gifuni la rende con rigore, senza però aggiungervi nulla. Ne deriva una staticità che sfuma l'umanità del personaggio. Questa scelta ricorda da vicino il suo Aldo Moro di Esterno Notte: entrambi personaggi iconici, martiri civili, interpretati con lo stesso freddo distacco, ma alla fine più “sacri” che umani.
Il vero Enzo Tortora non era solo un martire, ma un presentatore ironico, televisivamente poliedrico, che con la stessa carica viveva il successo, il divismo e la sua vita privata. La serie, però, gli toglie le sfumature che lo rendevano così riconoscibile. Il risultato è una rigidità che smorza la sua dimensione più umana, soprattutto nei suoi rapporti interpersonali. Un esempio lampante è come sono dipinte le donne che lo contornano. Tutte, dalla compagna Francesca, alla sorella Anna, alle figlie, lo ammirano con una riverenza che sullo schermo resta sospesa, ingiustificata, che inclina Gifuni/Tortora verso un’icona più che verso l’uomo. In fondo, il Tortora che ci manca nella serie è proprio quello che si ricorda in televisione: l’uomo dietro il personaggio. Ed è questa mancanza, più che il suo simulacro, a restarci impressa.
D’altronde, cosa siamo noi senza i nostri vizi e le nostre zone grigie, se non macchiette? Bellocchio, scegliendo di rappresentare il personaggio di Tortora come simbolo di severa purezza, lo contrappone anche al caos grottesco nel quale viene infilato e che lo crocifigge, che finisce però per rubare la scena al protagonista stesso. I personaggi, che abitano questo mondo senza pietà, seppur volutamente caricaturali e sopra le righe, stimolano maggiormente la curiosità dello spettatore. Nonostante dall’altra parte si è consapevoli di avere tra le mani un uomo dalle mille sfaccettature, la bidimensionalità con la quale Gifuni lo interpreta lo rende piatto, paragonato alla poliedricità dei suoi crudeli comprimari. Vogliamo sapere di più di questo Giovanni Pandico, ci chiediamo fino a dove sarà disposto a mentire Gianni Melluso, rimaniamo increduli di fronte alla cecità dei magistrati e dal loro accanimento.
Il vero Enzo Tortora non era solo un martire, ma un presentatore ironico, televisivamente poliedrico, che con la stessa carica viveva il successo, il divismo e la sua vita privata. La serie, però, gli toglie le sfumature che lo rendevano così riconoscibile. Il risultato è una rigidità che smorza la sua dimensione più umana, soprattutto nei suoi rapporti interpersonali. Un esempio lampante è come sono dipinte le donne che lo contornano. Tutte, dalla compagna Francesca, alla sorella Anna, alle figlie, lo ammirano con una riverenza che sullo schermo resta sospesa, ingiustificata, che inclina Gifuni/Tortora verso un’icona più che verso l’uomo. In fondo, il Tortora che ci manca nella serie è proprio quello che si ricorda in televisione: l’uomo dietro il personaggio. Ed è questa mancanza, più che il suo simulacro, a restarci impressa.
D’altronde, cosa siamo noi senza i nostri vizi e le nostre zone grigie, se non macchiette? Bellocchio, scegliendo di rappresentare il personaggio di Tortora come simbolo di severa purezza, lo contrappone anche al caos grottesco nel quale viene infilato e che lo crocifigge, che finisce però per rubare la scena al protagonista stesso. I personaggi, che abitano questo mondo senza pietà, seppur volutamente caricaturali e sopra le righe, stimolano maggiormente la curiosità dello spettatore. Nonostante dall’altra parte si è consapevoli di avere tra le mani un uomo dalle mille sfaccettature, la bidimensionalità con la quale Gifuni lo interpreta lo rende piatto, paragonato alla poliedricità dei suoi crudeli comprimari. Vogliamo sapere di più di questo Giovanni Pandico, ci chiediamo fino a dove sarà disposto a mentire Gianni Melluso, rimaniamo increduli di fronte alla cecità dei magistrati e dal loro accanimento.
La caratterizzazione esagerata dei personaggi va di pari passo con il surrealismo con il quale Bellocchio tinge la serie. Il ritornello napoletano che tormenta Tortora nei sogni, il castello di carte, sono tutte sequenze oniriche che deformano la realtà, amplificano l’assurdità del racconto. L’eccesso stilistico, però, talvolta ridondante, tende a gonfiare una narrazione che già vive di per sé una realtà kafkiana.
Tuttavia, questo surrealismo risponde a un chiaro intento politico: denunciare l’assurdità istituzionale che ha intrappolato Tortora sotto gli occhi di tutti. È nel suo j’accuse contro i media che Bellocchio si rafforza. Il regista, lo stesso di Sbatti il mostro in prima pagina, non dimentichiamolo, gioca bene le sue carte e mostra senza troppa esitazione i giornali come colpevoli di aver creato il mostro, strumentalizzando l’intera vicenda e raggirando l’opinione pubblica a loro piacimento.
Il Tortora di Bellocchio non sarà la fotocopia del Tortora che tutti si ricordano, ma resta un’interpretazione precisa di un autore che provato a mettere in scena il suo ricordo. E allora forse non era un caso la (quasi) totale assenza di tabacco? Era Bellocchio a volerci suggerire una lettura diversa della sua dipartita, sono stati forse gli altri - i media, i magistrati, la Nuova Camorra Organizzata - a ucciderlo? Di certo sono gli altri ad avergli fatto perdere l’entusiasmo. Alla fine, ci viene restituito questo senso di amara vittoria, dopo il secondo processo. Abbiamo vinto sì, ma a che prezzo?
Tuttavia, questo surrealismo risponde a un chiaro intento politico: denunciare l’assurdità istituzionale che ha intrappolato Tortora sotto gli occhi di tutti. È nel suo j’accuse contro i media che Bellocchio si rafforza. Il regista, lo stesso di Sbatti il mostro in prima pagina, non dimentichiamolo, gioca bene le sue carte e mostra senza troppa esitazione i giornali come colpevoli di aver creato il mostro, strumentalizzando l’intera vicenda e raggirando l’opinione pubblica a loro piacimento.
Il Tortora di Bellocchio non sarà la fotocopia del Tortora che tutti si ricordano, ma resta un’interpretazione precisa di un autore che provato a mettere in scena il suo ricordo. E allora forse non era un caso la (quasi) totale assenza di tabacco? Era Bellocchio a volerci suggerire una lettura diversa della sua dipartita, sono stati forse gli altri - i media, i magistrati, la Nuova Camorra Organizzata - a ucciderlo? Di certo sono gli altri ad avergli fatto perdere l’entusiasmo. Alla fine, ci viene restituito questo senso di amara vittoria, dopo il secondo processo. Abbiamo vinto sì, ma a che prezzo?
Di Giulia Pilon
15/04/2026