QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO PARLA ANCORA DI NOI A CINQUANT'ANNI DALLA SUA USCITA
Rivedendo oggi Qualcuno volò sul nido di cuculo si ha la consapevolezza che non sia solo un film di denuncia sui manicomi. A cinquant’anni dalla sua uscita, il capolavoro di Miloš Forman torna al cinema in versione restaurata grazie a Lucky Red, in uno splendido 4K curato dall’Academy Film Archive, non solo come un’operazione nostalgia, ma come un atto d’accusa ancora estremamente attuale. Un ritorno necessario, per uno dei film simbolo di un’epoca e di un’idea di cinema capace di interrogare il rapporto tra individuo e potere con estrema lucidità.
Il film di Miloš Forman esce nel 1975, in un anno cruciale non solo per il cinema americano ma per l’intera società statunitense. Gli Stati Uniti sono una nazione sull’orlo di una crisi di nervi: il Watergate ha incrinato irrimediabilmente la fiducia nelle istituzioni, la sconfitta in Vietnam ha segnato il tramonto della retorica dell’invincibilità, e le rivolte di fine anni Sessanta hanno lasciato in eredità un paese spaccato da profondi mutamenti sociali e culturali. È un’epoca di transizione violenta, in cui le vecchie convenzioni bruciano mentre nuove forme di pensiero tentano di germogliare. Il cinema, più di ogni altra forma espressiva, assorbe e riflette questo clima di inquietudine, abbandonando l’ottimismo classico per abbracciare il cinismo e l’ambiguità morale, restituendo i disagi e i cambiamenti di una società in fermento. Qualcuno volò sul nido del cuculo nasce pienamente dentro questo contesto e ne diventa uno dei manifesti più potenti.
La vicenda è ambientata nel 1963, ma parla chiaramente all’America degli anni Settanta: Randle Patrick McMurphy, pregiudicato che finge la malattia mentale per evitare il carcere, entra nel reparto psichiatrico di Salem, in Oregon, governato con pugno di ferro dall’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher). Il manicomio funziona come un perfetto dispositivo di controllo: rituali sempre uguali, regole rigide, sedute di gruppo che annullano l’individuo in nome della collettività. Bisogna rimanere in gruppo, se ci isola si è considerati malati. McMurphy decide di minare questo sistema dall’interno, alleandosi con i degenti.
Il film di Miloš Forman esce nel 1975, in un anno cruciale non solo per il cinema americano ma per l’intera società statunitense. Gli Stati Uniti sono una nazione sull’orlo di una crisi di nervi: il Watergate ha incrinato irrimediabilmente la fiducia nelle istituzioni, la sconfitta in Vietnam ha segnato il tramonto della retorica dell’invincibilità, e le rivolte di fine anni Sessanta hanno lasciato in eredità un paese spaccato da profondi mutamenti sociali e culturali. È un’epoca di transizione violenta, in cui le vecchie convenzioni bruciano mentre nuove forme di pensiero tentano di germogliare. Il cinema, più di ogni altra forma espressiva, assorbe e riflette questo clima di inquietudine, abbandonando l’ottimismo classico per abbracciare il cinismo e l’ambiguità morale, restituendo i disagi e i cambiamenti di una società in fermento. Qualcuno volò sul nido del cuculo nasce pienamente dentro questo contesto e ne diventa uno dei manifesti più potenti.
La vicenda è ambientata nel 1963, ma parla chiaramente all’America degli anni Settanta: Randle Patrick McMurphy, pregiudicato che finge la malattia mentale per evitare il carcere, entra nel reparto psichiatrico di Salem, in Oregon, governato con pugno di ferro dall’infermiera Mildred Ratched (Louise Fletcher). Il manicomio funziona come un perfetto dispositivo di controllo: rituali sempre uguali, regole rigide, sedute di gruppo che annullano l’individuo in nome della collettività. Bisogna rimanere in gruppo, se ci isola si è considerati malati. McMurphy decide di minare questo sistema dall’interno, alleandosi con i degenti.
Quelli che inizialmente sono semplici “soldati” utili alla sua ribellione diventano gradualmente persone a cui affezionarsi, ognuna con la propria individualità. Il film costruisce così un forte senso di cameratismo e umanità, contrapponendolo alla freddezza burocratica dell’istituzione. La traiettoria del “volo” di McMurphy nel nido del cuculo (in gergo americano un modo per chiamare il manicomio) diventa una parabola sulla consapevolezza: ogni microcosmo, come la società americana, è fondato su precise leggi di dominio del più forte sul più debole.
Per Forman, al secondo lungometraggio americano dopo l’esilio dalla Cecoslovacchia, il film rappresenta una consacrazione definitiva. Il romanzo rabbioso di Ken Kesey viene pubblicato nel pieno delle battaglie per i diritti civili e in un momento di profondo ripensamento delle pratiche psichiatriche. La critica alle istituzioni che regolano il trattamento della malattia mentale avrà un’eco enorme anche in Italia, dove nel 1978 la Legge Basaglia abolirà i manicomi e il ricovero coatto. Adattando il romanzo, il regista ceco trasforma la critica all’istituzione psichiatrica in una riflessione universale sui meccanismi del controllo. Forman legge quella storia come una metafora del dominio comunista che aveva conosciuto in patria: un sistema che reprime ogni individualità attraverso metodi coercitivi tanto più efficaci quanto più discreti. Lo scontro tra McMurphy e Miss Ratched non è una banale opposizione tra bene e male, ma il conflitto tra due visioni del mondo.
I metodi dell’infermiera – ricompense, umiliazioni, punizioni sottili – sono tanto più inquietanti perché privi di violenza esplicita. Le sedute di gruppo diventano strumenti di controllo, luoghi di esposizione e mortificazione della fragilità. Molti degenti non sono clinicamente malati, ma uomini fragili convinti da qualcun altro di non essere adatti al mondo. Come per il personaggio del Grande Capo, apparentemente sordomuto e incapace di interagire con chiunque, in realtà completamente chiuso in se stesso e testimone silenzioso della violenza istituzionale, molte di queste persone aspettano solamente di essere veramente guardate, di avere uno scopo
Per Forman, al secondo lungometraggio americano dopo l’esilio dalla Cecoslovacchia, il film rappresenta una consacrazione definitiva. Il romanzo rabbioso di Ken Kesey viene pubblicato nel pieno delle battaglie per i diritti civili e in un momento di profondo ripensamento delle pratiche psichiatriche. La critica alle istituzioni che regolano il trattamento della malattia mentale avrà un’eco enorme anche in Italia, dove nel 1978 la Legge Basaglia abolirà i manicomi e il ricovero coatto. Adattando il romanzo, il regista ceco trasforma la critica all’istituzione psichiatrica in una riflessione universale sui meccanismi del controllo. Forman legge quella storia come una metafora del dominio comunista che aveva conosciuto in patria: un sistema che reprime ogni individualità attraverso metodi coercitivi tanto più efficaci quanto più discreti. Lo scontro tra McMurphy e Miss Ratched non è una banale opposizione tra bene e male, ma il conflitto tra due visioni del mondo.
I metodi dell’infermiera – ricompense, umiliazioni, punizioni sottili – sono tanto più inquietanti perché privi di violenza esplicita. Le sedute di gruppo diventano strumenti di controllo, luoghi di esposizione e mortificazione della fragilità. Molti degenti non sono clinicamente malati, ma uomini fragili convinti da qualcun altro di non essere adatti al mondo. Come per il personaggio del Grande Capo, apparentemente sordomuto e incapace di interagire con chiunque, in realtà completamente chiuso in se stesso e testimone silenzioso della violenza istituzionale, molte di queste persone aspettano solamente di essere veramente guardate, di avere uno scopo
La sua fuga finale non è un ritorno in una società altrettanto malata, ma l’approdo a una nuova libertà individuale, resa possibile dall’amicizia con McMurphy. Quest’ultimo vede le persone prima dei pazienti, infrange l’ordine per restituire immaginazione e desiderio. Emblematica la scena della partita di baseball simulata da McMurphy: sotto lo sguardo glaciale dell’infermiera, che non può sopportare che qualcun altro abbia il controllo sui suoi pazienti e infranga la sua bolla di conformismo, il non-luogo dell’istituto si apre, si espande, diventa spazio di libertà. E chi insegna a guardare oltre i limiti imposti va neutralizzato.
Jack Nicholson, all’apice della sua carriera, viene consacrato a icona filmica del ribelle senza speranza e destinato alla sconfitta, incarnando alla perfezione il tipico volto della Nuova Hollywood. Il suo McMurphy è tutto fuorché un eroe positivo: è un personaggio alla deriva, fuori dagli schemi, non omologato alla società, e per questo un emarginato. Un archetipo che Forman renderà centrale anche nella sua filmografia successiva, da Amadeus a Man on the Moon: individui fuori asse, incapaci di adattarsi alle regole, portatori di un’energia sovversiva che il sistema non può tollerare. Nicholson diventa l’icona di una controcultura che smaschera il lato oscuro del sogno americano, togliendo il filtro a una società che si scopre incapace di accogliere la diversità. Attorno a Nicholson e a una memorabile Louise Fletcher, giustamente premiata con l’Oscar, si muove una straordinaria galleria di comprimari, tra veri pazienti psichiatrici e giovani attori destinati a un grande futuro, tra cui Danny DeVito, Christopher Lloyd, Brad Dourif. La colonna sonora di Jack Nitzsche accompagna con delicatezza uno dei finali più struggenti e liberatori della storia del cinema.
Vincitore di cinque Oscar nel 1976, Qualcuno volò sul nido del cuculo non ha perso, a oltre cinquant’anni di distanza, nulla della sua forza anticonformista. Oggi, in una società che ancora teme tutto ciò che eccede la misura, il film di Forman risuona con un’attualità disarmante. Ci ricorda che il confine tra sanità e malattia è sempre una costruzione politica e che nessun recinto è eterno, in un ultimo gesto tanto sovversivo quanto umano
Jack Nicholson, all’apice della sua carriera, viene consacrato a icona filmica del ribelle senza speranza e destinato alla sconfitta, incarnando alla perfezione il tipico volto della Nuova Hollywood. Il suo McMurphy è tutto fuorché un eroe positivo: è un personaggio alla deriva, fuori dagli schemi, non omologato alla società, e per questo un emarginato. Un archetipo che Forman renderà centrale anche nella sua filmografia successiva, da Amadeus a Man on the Moon: individui fuori asse, incapaci di adattarsi alle regole, portatori di un’energia sovversiva che il sistema non può tollerare. Nicholson diventa l’icona di una controcultura che smaschera il lato oscuro del sogno americano, togliendo il filtro a una società che si scopre incapace di accogliere la diversità. Attorno a Nicholson e a una memorabile Louise Fletcher, giustamente premiata con l’Oscar, si muove una straordinaria galleria di comprimari, tra veri pazienti psichiatrici e giovani attori destinati a un grande futuro, tra cui Danny DeVito, Christopher Lloyd, Brad Dourif. La colonna sonora di Jack Nitzsche accompagna con delicatezza uno dei finali più struggenti e liberatori della storia del cinema.
Vincitore di cinque Oscar nel 1976, Qualcuno volò sul nido del cuculo non ha perso, a oltre cinquant’anni di distanza, nulla della sua forza anticonformista. Oggi, in una società che ancora teme tutto ciò che eccede la misura, il film di Forman risuona con un’attualità disarmante. Ci ricorda che il confine tra sanità e malattia è sempre una costruzione politica e che nessun recinto è eterno, in un ultimo gesto tanto sovversivo quanto umano
Di Francesco Paolo Francini
15/01/2025