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QUEER - TRA BEAT E INTERZONA, BURROUGHS VIVE NEL FILM DI LUCA GUADAGNINO

SPECIALE

QUEER - TRA BEAT E INTERZONA, BURROUGHS VIVE NEL FILM DI LUCA GUADAGNINO

La prima parte di Queer, l’ultimo film di Luca Guadagnino, è una bramosa ricerca erotica e sentimentale di un contatto corporale tra il protagonista William Lee (Daniel Craig) e il suo oggetto del desiderio: il giovane Eugene (Drew Starkey). La seconda metà è interamente finalizzata all’unione psicofisica tra i due esseri umani, attraverso ciò che maggiormente è associato e associabile a William S. Burroghs, autore dell’omonimo romanzo: l’interzona.
Interzona non è semplicemente il titolo di una raccolta di brevi racconti di Burroughs scritti dal 1953 al 1958, ma è la base su cui si fonda l’intera produzione (e esistenza) dell’autore nativo di St. Louis. Una zona fittizia, ottenuta attraverso “il patto con il male”; la discesa negli inferi di una vita borghese e istruita, costellata da deliri causati dalle dipendenze e da un retaggio impossibile da sostenere per un essere umano se non con l’ausilio di un luogo irreale, per l’appunto: l’interzona.

Citando Miles Barry, lo scrittore della biografia più completa dedicata allo scrittore:
“lo Spirito del Male non gli darà mai pace, portandolo alle azioni più sconsiderate e alle sperimentazioni più folli, ma anche, per reazione violenta, alle visioni più lucide e alle verità più drammaticamente insondabili”

Non è possibile separare le opere di Burroughs dal suo vissuto personale. La sua produzione letteraria è, quasi sempre, una proiezione dei momenti - reali per una parte e frutto di deliranti trip per l’altra - che hanno scandito l’esistenza dell’artista. Da quella goffa e spregiudicata imitazione di Guglielmo Tell che ha portato all’uccisione della moglie Joan, reale punto di svolta della sua vita ma perfetto episodio capace di descrivere ciò che è stato Burroughs, tra senso di colpa e animalesco desiderio di vita, passando per la sua fuga a Tangeri che coincide con la riscoperta voglia di carnalità e sessualità, arrivando alla realizzazione nel 1959 del suo romanzo più importante: Pasto nudo, in cui l’interzona viene raggiunta non soltanto attraverso l’uso di sostanze, ma grazie al mezzo creativo rappresentato dalla macchina da scrivere.
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È necessario parlare di Burroughs quando si parla di un adattamento di un suo romanzo. Così come non si possono separare le sue opere dalla sua biografia, ancor di più non si può eliminare Burroughs da un film tratto da un suo libro. Perché come già intuito da David Cronenberg nel 1991, anche Luca Guadagnino ha capito che fare un film tratto da un libro di Burroughs è impossibile, ciò che va fatto non è un film tratto da un suo libro, ma è uno su di lui. Queer, come Il Pasto Nudo del maestro canadese, è un viaggio all’interno della vita del rivoluzionario scrittore, non è un racconto che può venire dalla penna di Burroughs, è Burroughs.

Per entrare nel mondo dello scrittore, lo scenografo Stefano Baisi ha deciso di ricreare Città del Messico dentro Cinecittà, utilizzando modellini che aumentano lo straniamento ed eliminano il confine - estremamente labile quando si parla di Burroughs - tra ciò che esiste realmente e ciò che è soltanto una proiezione mentale. E non è un caso che Daniel Craig sia identico fisicamente allo scrittore, come già fatto da Cronenberg quando ha scelto Peter Weller per il suo adattamento, il protagonista di un film tratto da Burroughs, dev’essere Burroughs.
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Ma non per questo, non per l’immensa grandezza dello scrittore originale, il regista deve nascondersi, deve appiattirsi e non risaltare. Se Cronenberg era riuscito perfettamente ad integrare le proprie tematiche e il proprio stile cinematografico all’interno del suo adattamento - l’altra dimensione e la sessualità automatizzata sono tematiche che il regista canadese riprenderà per tutti gli anni ‘90, da Crash (1996) ad eXistenZ (1999) - lo stesso si può dire di Luca Guadagnino, che non mette da parte il suo tocco personale e il suo lavoro sul corpo e sul desiderio. In Queer l’unione carnale - non soltanto sessuale, quanto psicofisica - si fa metafora di una tematica da sempre legata al regista siciliano: il desiderio per il corpo altrui, la voglia di mettersi in contatto con un altro essere. Il desiderio di Timothée Chalamet nei confronti del corpo di Armie Hammer è alla base del film che lo ha reso un regista internazionale a tutti gli effetti: Chiamami col tuo nome (2017); o ancora, sempre Chalamet era l’oggetto del desiderio sessuale di una giovane Taylor Russel in Bones and All (2022), dove l’antropofagia si faceva metafora della voglia dell’altro all’interno della Gen Z; e nel film precedente del regista: Challengers (2024), una partita di tennis ha lo scopo di unire due corpi che non sono mai riusciti a dar vita alla brama reciproca.
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Queer è il desiderio più estremo, perfettamente coerente con i sentimenti della Beat Generation, dove non basta più un’unione fisica e sessuale, ma è necessario che il proprio corpo si unisca telepaticamente con l’altro, si possa parlare senza parlare, comunicare senza farlo davvero; è qui che Burroughs prende totalmente vita all’interno della pellicola. È come se quello stile letterario ipnotico, eccessivo, che fa delle parole soltanto un mezzo e non il fine dello scrittore statunitense, venga rappresentato dal Lee di Craig attraverso la sua voglia di non utilizzare più le parole per connettersi con Eugene (che perché no, sforzandoci leggermente possiamo associare al lettore, a chi deve rapportarsi con Burroughs attraverso i suoi scritti).

​Il sentimento di comunicare per sensazioni, che da sempre è stato ciò che ha reso i romanzi di Burroughs così unici e irreplicabili, è ciò che spinge il protagonista di Queer a compiere il viaggio nella giungla sudamericana alla ricerca di quella sostanza che, come lo stesso Lee espliciterà in un dialogo con la ricercatrice statunitense divenuta una simil-bruja, non utilizzerà per sballarsi in un normale trip. L’ayauascha, denominata da Barroughs yage, invece che yagé, facendolo rimare con age che in inglese significa età, è come la macchina da scrivere nel Pasto Nudo, è il tramite che unisce la realtà (che non basta) all’interzona, che in Queer non coincide con un’altra dimensione, quanto con un corpo. E non ci può essere unione migliore tra il cinema di Luca Guadagnino e il pensiero di Burroughs, tra chi ha da sempre indagato come il desiderio impatti nell’essere umano e chi ha trascorso una vita assecondano quei desideri, oltrepassando i limiti del reale.
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Di Saverio Lunare
12/07/2025

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