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REBUILDING

RECENSIONE

REBUILDING - LA RICOSTRUZIONE ATTRAVERSO LA PERDITA DELL'INDIVIDUALISMO

​Il regista del Colorado Max Walker-Silverman dirige il suo secondo lungometraggio dopo La canzone di Faye (2022), confermando il legame con il territorio rurale dello Stato. Rebuilding è figlio diretto di Nomadland (2020) di Chloé Zhao: elaborare una perdita con il ritorno alla vita comunitaria, in una contemporaneità che ci vuole sempre più individualisti all’interno delle bolle sociali.

Non è un caso che siano entrambi film partoriti dalla pandemia, laddove era impossibile costruire una comunità in carne e ossa e la collettività si era spostata all’interno di strumenti digitali, che ci hanno salvato dalla folle e obbligata solitudine.

La Frances McDormand di Nomadland, dopo la perdita del marito, trovava rifugio nella vita on the road attraverso le strade degli Stati Uniti d’America in compagnia di altre persone che hanno scelto la vita nomade, abbandonando le radici capitaliste della città. In Rebuilding Josh O’Connor interpreta Dusty, un moderno cowboy che ha perso il suo ranch a causa di un incendio e che si ritrova a vivere all’interno di una roulotte in un provvisorio campo di aiuto federale. Nel mentre l’uomo cerca di mantenere il rapporto con la sua famiglia, composta dalla sua ex compagna Ruby (Meghann Fahy), la sua ex suocera Bess (interpretata dalla premio Oscar Amy Madigan) e sua figlia Callie-Rose (Lily LaTorre).
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​Ed è proprio mediante gli occhi infantili di Callie-Rose che la ricostruzione della propria vita passa attraverso la riscoperta dei piccoli oggetti: tra vecchi album, libricini appartenenti a bis-nonne, stelline fosforescenti e lampade che ricoperte da un lenzuolo possono simulare un nuovo pianeta all’interno della precaria abitazione mobile, la quale diventa a sua volta rappresentativa del nuovo mondo in cui Dusty viene catapultato dalla disgrazia naturale — figlia del cambiamento climatico — che ha distrutto il suo ranch.

Rebuilding è uno di quei film che ci fanno ragionare tanto sugli Stati Uniti d’America — perché se da un lato sono lo schifo che sono, oggi come non mai — dall’altro possiedono un’invidiabile capacità di raccontarsi, attraverso l’epica che più gli appartiene: quella della frontiera, quella di Stati — come la zona rurale del Colorado — in cui il tempo finge di fermarsi, e di conseguenza anche tutto ciò che circonda i personaggi sembra appartenere a un’altra vita: quella lenta, in cui il singolo gesto vale molto di più rispetto alla frenesia della routine urbana.

Ed è bravo Max Walker-Silverman a romanticizzare, senza retorica o consueta pomposità, questo aspetto; calibrando con un’ottima mano l’elaborazione drammatica della perdita e la rinascita attraverso la conoscenza dell’altro, con il ritorno a ciò che l’uomo sembra aver perso: lo stare insieme, la comunitaria solidarietà reciproca.
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Di Saverio Lunare
05/06/2026

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