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DOSTOEVSKIJ

RECENSIONE

DOSTOEVSKIJ

​Difficile incasellare Dostoevskij sotto svariati punti di vista. I fratelli D’Innocenzo non realizzano propriamente una serie (Dostoevskij non ha perlomeno il linguaggio televisivo standard di una serie ) ma non è considerabile nemmeno un film, (data la durata e la peculiare distribuzione). Dostoevskij non è propriamente un poliziesco puro poiché si traveste da tale ma le indagini in sé sono solo la punta dell’iceberg di un racconto che fa di tutto per scrollarsi di dosso il genere (spesso con un po’ di arroganza e supponenza), in nome di una disperata ricerca esistenziale e filosofica riguardante l’abisso che l’essere umano può toccare.

Un poliziotto che tenta il suicidio invano i primi minuti della pellicola, poi vomito, sesso, droga, solitudine, depressione, un serial killer, delle lettere, un’ossessione e poi un osmosi.
​
Dostoevskij è un’opera indefinibile, inqualificabile, imprendibile, confinata in un limbo strano che da una parte ti disgusta con scene che fanno di tutto per provocare e scioccare (nei modi più crudi e beceri possibili), ma dall’altro come un incidente in autostrada non puoi fare a meno di guardare, di volerne sapere di più. Si crea (almeno personalmente) una voglia un po’ morbosa di andare ancora più infondo, nonostante le frasi d’effetto e filosofeggianti presenti ogni dieci secondi, nonostante l’ostentata drammaticità degli eventi, nonostante l’ostinata voglia di infilare il coltello nella piaga laddove non serve più inferire. Nonostante tutto questo, c’è qualcosa in Dostoevskij che ti attira a sé e ti butta giù con lui nell’abisso. E forse quando un film ti smuove qualcosa e ti fa pensare e ripensare ancora, qualcosa di buono l’ha fatto.
Picture
Saranno quelle immagini sporcate dalla grana grossolana della pellicola 16 mm, saranno quei non-luoghi desolati e desolanti che fanno da correlativo oggettivo alle emozioni dei personaggi, saranno alcune scelte di regia funzionali che accompagnano delle sequenze dalle toste e riuscite prove attoriali, o saranno alcuni risvolti interessanti che emergono tra le pagine filosofeggianti della sceneggiatura degli D’Innocenzo. Ma se il bello del cinema è uscire dalla sala diversi da quando ci si è entrati (e non per forza migliori ma con qualcosa di nuovo dentro, che sia una sensazione bellissima o che sia una sensazione terribile) Dostoevskij raggiunge questo obiettivo.
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Un po’ cafone, un po’ geniale.

​Di Simona Rurale


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