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SICK OF MYSELF

RECENSIONE

SICK OF MYSELF

Individualismo e narcisismo per Kristoffer Borgli sono il binomio perfetto per descrivere la contemporaneità e lo dimostra con il suo nuovo film Sick of myself: una commedia body horror che ironizza sul nostro tempo. Il regista norvegese, attraverso la (forzata e volontaria) malattia della protagonista che le sfigurerà il viso rendendola agli occhi altrui una martire, desidera domandare allo spettatore cosa siamo disposti a fare per avere attenzioni, in un film che diventa una satira grottesca della realtà (senza la freddezza del cinema di Ruben Ostlund)

​Signe è fidanzata con Lege, un artista acclamato e ricercato nel settore, tutto il suo impegno e tutte le sue attenzioni non convergono in Signe ma nel suo lavoro, non c’è spazio per curarsi dell’altro, tutti quanti pendono dalle labbra di Lage, tutti tranne Signe. La ragazza infatti, entrerà in un’ escalation di follia per ricevere qualsiasi tipo d’attenzione da chiunque: tenterà di farsi mordere la faccia da un cane, fingerà un attacco allergico ad una cena fino ad arrivare all’assumere delle droghe illegali per sfigurarsi volontariamente il viso.
Picture
La tesi che porta avanti Kristoffer Borgli in Sick of myself la si intuisce da subito: la patologica voglia d’attenzione (che poi si trasforma in sete di fama) è come una droga che si espande sempre di più rendendoti un mostro.

E bene, tutto questo a metà film si esaurisce, il concetto è chiaro ed esplicito, la restante seconda metà potrebbe risultare ripetitiva e senza linfa. Se non fosse per un piccolo segmento che riflette se non fosse per un piccolo segmento che riflette sulla mercificazione dell’inclusività nei media, (la ragazza viene presa come modella body-positive), il film non avrebbe più nulla da dire. Con il motto del brand “nonostante tutto”, Kristoffer Borgli attacca il buonismo di facciata dei brand che, come Signe infondo, fanno tutto per un tornaconto personale, sposando delle cause a cui non credono realmente.

​Sick of myself potrebbe risultare talmente esagerato da diventare semplicistico e di conseguenza molto furbo: non si può fare a meno di condannare i comportamenti folli dei personaggi. Al contrario il film funziona quando mantiene un tono realistico, soprattutto nelle dinamiche di coppia.
Un film che rischia nella sua semplicità di risultare un po’ moralista ma che si perdona essendo nella natura della satira stessa; e che, nonostante tutto, scoperchia un vaso di pandora contemporaneo in modo senz’altro originale.

​Di Simona Rurale

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