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BONES AND ALL

RECENSIONE

BONES AND ALL

L’amore per Luca Guadagnino, soprattutto nell’età dell’adolescenza, è da prendere a morsi fino all’osso.
Quando la delicatezza di Call me by your name (2017) e la crudezza di Suspiria (2019) si incontrano, nasce Bones and All, il primo film girato su suolo americano dal registra nostrano Luca Guadagnino.

Il regista ci porta con Maren (Taylor Russell) e Lee (Timothée Chalamet) in viaggio nelle vaste pianure del Midwest degli anni ‘80: i due amanti cannibali sono perennemente in fuga, alla ricerca di un luogo da chiamare casa, in un viaggio che ricorda quello de “La rabbia giovane” (1973) di Terrence Malick, quello di una storia d’amore giovane e sperduta in mezzo a distese infinite, un viaggio fatto di incontri e scontri contro un mondo che sembra non avere un posto per te.

Quelli di Luca Guadagnino sono corpi che si amano perché finalmente si rivedono nell’altro, tanto da dire “chiamami col tuo nome” o tanto da dire: “mangiami fino all’osso” perché tu fai parte di me ed io di te. Così eros e thanatos si fondono e la componente horror, ovvero l’antropofagia, diviene strumento per veicolare questa allegoria passionale, in un road movie che si tinge di rosso sangue.
In Raw (2016) di Julia Ducournau abbiamo già visto come venivano trattate le ansie sociali tipiche dell’adolescenza attraverso la metafora del cannibalismo, quelle nuove pulsioni provenienti dal tuo corpo che è in continua trasformazione e tu hai sempre più fame.
Attraverso una lente simile ma diversa Luca Guadagnino inquadra con eleganza i due emarginati amanti affamati, che sono sempre in equilibrio tra la voglia di essere come tutti gli altri - ovvero essere “normali”, conformarsi con la gente comune - e la volontà di fare pace con sé stessi, accettare la propria condizione di emarginati e convivere con la propria natura.

Tutti i personaggi con la loro stessa condizione tentano - chi più, chi meno - di nascondersi e mimetizzarsi tra la gente comune. Persino il personaggio “antagonista” Sully (Mark Rylance), un uomo anziano e solitario che colleziona i capelli delle sue vittime.
Egli vede in Maren una giovane alleata o forse una giovane preda, costruendo un rapporto che vive di ambiguità in bilico tra morbosità perturbanti o bisogno di calore, di carne da stringere solo per un po’. Un personaggio che ha vissuto troppo da solo nella sua condizione da aver perso il controllo di sé, diventando egli stesso la causa della sua solitudine come un moderno Gollum alla ricerca del suo “tesoro”, che in questo caso ,forse, è l’affetto di qualcuno.

La mano di Guadagnino accompagna il nostro sguardo “on the road” dolcemente, mostrandoci i campi incontaminati americani accostati ad una colonna musicale che spazia dai Kiss ai Joy Division, passando per i New Order, una musica new wave post-punk che segue lo spirito di “rassegnata” ribellione dell’epoca. Interessante notare come invece nelle scene più crude si giochi per sottrazione.
La componente horror-gore è ben presente ma lo sguardo dello spettatore dopo essersi posato per pochi secondi sulla vittima viene accompagnato ad indagare il perimetro della scena. Un quadretto di famiglia, dei mobili o una facciata di una casetta del quartiere: lo sguardo si distanzia, il suono sfuma alla ricerca di un contrasto tra due mondi, il nostro e il loro.

Due mondi che il finale sembra suggerirci non potersi fondere: nonostante la frase nel pre-finale “You Want To Be People? Let's Be People”, quel mascherarsi da persone normali si rivela impossibile. Si è destinati ad accettare la propria natura abbandonando quella vita mascherati da qualcun altro perché la fame non può venire repressa, va saziata fino all’osso.
"I Want You To Eat Me, Maren. Bones And All."

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Di Simona Rurale

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