ALL WE IMAGINE AS LIGHT - AMORE A MUMBAI
Il vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes è una delicata analisi della frammentazione del Paese più popolato al Mondo, attraverso racconti intimi di donne costantemente in bilico tra l’essere affascinate dai costumi occidentali e provare terrore nei confronti dell’abbandono delle proprie radici culturali. La giovane regista Payal Kapadia sorprende lo spettatore grazie ad un equilibrio formale che accompagna una scrittura apparentemente semplice, ma ricca di sequenze capaci di descrivere, senza retorica, i sentimenti (sia intimi che sociali) dei personaggi.
Prabha (Kani Kusruti) è un’infermiera che condivide la propria casa con la sua collega Anu (Divya Prabha), più giovane di lei e volenterosa di provare sensazioni passionali con il suo ragazzo musulmano, nonostante la sua famiglia pretenda che la ragazza si sposi con un uomo di religione Indi. Prabha vive con la speranza che suo marito, un uomo trasferitosi in Europa, si rifaccia vivo. Nel mentre perde le occasioni di relazionarsi con altri uomini desiderosi di rapportarsi con la donna.
Prabha (Kani Kusruti) è un’infermiera che condivide la propria casa con la sua collega Anu (Divya Prabha), più giovane di lei e volenterosa di provare sensazioni passionali con il suo ragazzo musulmano, nonostante la sua famiglia pretenda che la ragazza si sposi con un uomo di religione Indi. Prabha vive con la speranza che suo marito, un uomo trasferitosi in Europa, si rifaccia vivo. Nel mentre perde le occasioni di relazionarsi con altri uomini desiderosi di rapportarsi con la donna.
Descrivere socialmente il proprio Paese utilizzando storie universali che narrano di desideri carnali e sentimentali, è questo l’obiettivo della Kapadia. La regista decide di dividere la pellicola in due parti: quella urbana ambientata in una Mumbai fatta di piogge, ferrovie, stazioni, treni e caocità; e una seconda parte ambientata in un piccolo paesino costiero dove regna la calma dei posti non contaminati dall’urbanizzazione, un posto perfetto dove abbandonare le proprie pulsioni e risolvere i propri dilemmi. Questa divisione è la cosa più banale e prevedibile del film (seppur funzionale), ma quando la pellicola deve rappresentare le difficoltà delle donne indiane, di generazione in generazione, viene fuori la delicatezza e il tocco della regista.
Le donne di All We Imagine as Light si alternano in momenti di forte desiderio di Occidente, a sequenze in cui soltanto i propri luoghi possono essere d’ispirazione per lasciarsi andare. Questa è la forza di un film che rivela uno sguardo nuovo e sorprendente al circuito festivaliero, quello di Payal Kapadia.
Di Saverio Lunare
Le donne di All We Imagine as Light si alternano in momenti di forte desiderio di Occidente, a sequenze in cui soltanto i propri luoghi possono essere d’ispirazione per lasciarsi andare. Questa è la forza di un film che rivela uno sguardo nuovo e sorprendente al circuito festivaliero, quello di Payal Kapadia.
Di Saverio Lunare