AMSTERDAM
Era il sei gennaio del 2021 quando i sostenitori del presidente degli USA uscente Donald Trump tentarono un insurrezione a Washington assalendo il Campidoglio, attuando un vero e proprio attentato alla democrazia.
David O. Russell con il suo ultimo lungometraggio decide di prendere una netta posizione politica criticando il potere assoluto e antidemocratico.
Amsterdam è ambientato lungo quindici anni, dal 1918 al 1933, in maniera non lineare, il film presenta flashback e salti temporali passando dal presente (1933) al passato.
Burt Berendsen (Christian Bale) è un eccentrico medico che presta assistenza ai reduci di guerra ed insieme al giovane avvocato afroamericano Harold Woodman (John David Washington) deve indagare sul misterioso omicidio del Generale Bill Meekins (Ed Begley Jr.) la cui salma è arrivata direttamente dall’Europa, e il conseguente omicidio di sua figlia Liz (Taylor Swift). Nel farlo i due si imbatteranno in vari personaggi, riconcruendosi con una vecchia conoscenza: Valerie Voz (Margot Robbie) ex infiermera di guerra con un animo artistico.
I tre condividono un passato gioioso vissuto immediatamente dopo la prima guerra mondiale, nella capitale olandese: Amsterdam.
Il ricordo della città arieggia sempre nei tre protagonisti, un ricordo malinconico e ricco di amore nei confronti di quell’epoca, che subito dopo il dolore e le ferite che la prima guerra mondiale ha inflitto, ha ridato vita ai nostri.
La presa di posizione politica del regista è il fulcro centrale della sua opera, la sua è una critica cocente ai grandi magnati che vogliono spodestare la democrazia e seguire il modello totalitario europeo, ispirandosi ai dittatori che daranno vita al secondo conflitto mondiale.
Il paragone con l’attualità dunque vien da sé, l’attacco al modello trumpiano è evidente e funzionale. Alla pellicola si può perdonare qualche errore formale come un’eccesiva verbosità tipica del cinema del regista newyorkese ed una eccentricità non sempre necessaria, ma le intenzioni sociali del film prendono il sopravvento e regalano 134 minuti di ottima fattura.
Il cast corale ricco di star internazionali (dai tre protagonisti già citati passando per Rami Malek, Anya Taylor-Joy, Matthias Schoenaerts, Mike Myers, arrivando a Robert De Niro, Michael Shannon, Chris Rock e Andrea Risensborough) è funzionale ad attirare diversi target di pubblico. Ma i grandi nomi non fungono solo da facciata attrattiva, dando una prova recitativa più che positiva. Spiccano su tutti Christian Bale e Margot Robbie, interpretando due personaggi molto interessanti e che evidenziano l’importanza dell’arte (Margot Robbie) e della gentilezza (Christian Bale) a discapito della crudeltà e della brama di potere.
Un film imperfetto, ma che grazie a questi aspetti riesce parzialmente a correggere i suoi errori e i suoi vizi di forma.
Di Saverio Lunare
David O. Russell con il suo ultimo lungometraggio decide di prendere una netta posizione politica criticando il potere assoluto e antidemocratico.
Amsterdam è ambientato lungo quindici anni, dal 1918 al 1933, in maniera non lineare, il film presenta flashback e salti temporali passando dal presente (1933) al passato.
Burt Berendsen (Christian Bale) è un eccentrico medico che presta assistenza ai reduci di guerra ed insieme al giovane avvocato afroamericano Harold Woodman (John David Washington) deve indagare sul misterioso omicidio del Generale Bill Meekins (Ed Begley Jr.) la cui salma è arrivata direttamente dall’Europa, e il conseguente omicidio di sua figlia Liz (Taylor Swift). Nel farlo i due si imbatteranno in vari personaggi, riconcruendosi con una vecchia conoscenza: Valerie Voz (Margot Robbie) ex infiermera di guerra con un animo artistico.
I tre condividono un passato gioioso vissuto immediatamente dopo la prima guerra mondiale, nella capitale olandese: Amsterdam.
Il ricordo della città arieggia sempre nei tre protagonisti, un ricordo malinconico e ricco di amore nei confronti di quell’epoca, che subito dopo il dolore e le ferite che la prima guerra mondiale ha inflitto, ha ridato vita ai nostri.
La presa di posizione politica del regista è il fulcro centrale della sua opera, la sua è una critica cocente ai grandi magnati che vogliono spodestare la democrazia e seguire il modello totalitario europeo, ispirandosi ai dittatori che daranno vita al secondo conflitto mondiale.
Il paragone con l’attualità dunque vien da sé, l’attacco al modello trumpiano è evidente e funzionale. Alla pellicola si può perdonare qualche errore formale come un’eccesiva verbosità tipica del cinema del regista newyorkese ed una eccentricità non sempre necessaria, ma le intenzioni sociali del film prendono il sopravvento e regalano 134 minuti di ottima fattura.
Il cast corale ricco di star internazionali (dai tre protagonisti già citati passando per Rami Malek, Anya Taylor-Joy, Matthias Schoenaerts, Mike Myers, arrivando a Robert De Niro, Michael Shannon, Chris Rock e Andrea Risensborough) è funzionale ad attirare diversi target di pubblico. Ma i grandi nomi non fungono solo da facciata attrattiva, dando una prova recitativa più che positiva. Spiccano su tutti Christian Bale e Margot Robbie, interpretando due personaggi molto interessanti e che evidenziano l’importanza dell’arte (Margot Robbie) e della gentilezza (Christian Bale) a discapito della crudeltà e della brama di potere.
Un film imperfetto, ma che grazie a questi aspetti riesce parzialmente a correggere i suoi errori e i suoi vizi di forma.
Di Saverio Lunare