ANATOMIA DI UNA CADUTA
Anatomia di una caduta è un film sulla mancanza e la negazione di qualcosa: che sia la verità, che siano prove durante un processo, che sia la comunicazione in famiglia o la vista di un bambino semicieco.
La regista Justine Triet mette in scena un processo che diventa simbolo di un’incomunicabilità insita nell’uomo, tra lingue diverse, incongruenze processuali, inaffidabilità di testimoni e dubbi invalicabili che non fanno altro che tendere a colmare quei buchi con la narrazione fittizia che ci sembra più probabile.
In uno chalet di Grenoble, dove Sandre (Sandra Hüller) e Vincent (Swann Arlaud) si trasferiscono con loro figlio ipovedente, le foto della loro famiglia sorridente sono appese sui muri e sembra che tutto sia perfetto. I due genitori sono due scrittori affermati, lui ha il blocco dello scrittore dopo un grave incidente, lei ha appena terminato il suo ultimo lavoro. Improvvisamente, la caduta. L’uomo è steso sotto il balcone ed una striscia di sangue rossa colora la neve.
Da qui, si apre un lungo processo per stabilire le vere cause della sua morte. Si è buttato volontariamente o la moglie, durante l’ennesimo litigio lo ha spinto giù? Domande a cui il tribunale tenterà di rispondere attraverso prove circostanziali ed ipotesi che lo spettatore, come se guardasse attraverso gli occhi del bambino ipovedente, può decidere se credere o non credere.
La regista Justine Triet mette in scena un processo che diventa simbolo di un’incomunicabilità insita nell’uomo, tra lingue diverse, incongruenze processuali, inaffidabilità di testimoni e dubbi invalicabili che non fanno altro che tendere a colmare quei buchi con la narrazione fittizia che ci sembra più probabile.
In uno chalet di Grenoble, dove Sandre (Sandra Hüller) e Vincent (Swann Arlaud) si trasferiscono con loro figlio ipovedente, le foto della loro famiglia sorridente sono appese sui muri e sembra che tutto sia perfetto. I due genitori sono due scrittori affermati, lui ha il blocco dello scrittore dopo un grave incidente, lei ha appena terminato il suo ultimo lavoro. Improvvisamente, la caduta. L’uomo è steso sotto il balcone ed una striscia di sangue rossa colora la neve.
Da qui, si apre un lungo processo per stabilire le vere cause della sua morte. Si è buttato volontariamente o la moglie, durante l’ennesimo litigio lo ha spinto giù? Domande a cui il tribunale tenterà di rispondere attraverso prove circostanziali ed ipotesi che lo spettatore, come se guardasse attraverso gli occhi del bambino ipovedente, può decidere se credere o non credere.
Un semplice processo è girato come un thriller hitchcockiano, in cui pezzo dopo pezzo si tenta di ricostruire un puzzle impossibile di ricordi, romanzi che entrano nella realtà e memorie perse. Un puzzle di una regista a cui piace nascondere molti pezzi: la vittima non la vediamo mai, se non attraverso fotografie, ricordi o addirittura l’immaginazione di qualcun altro, la registrazione audio di una colluttazione fisica tra i due coniugi viene privata delle immagini e sarà impossibile stabilire chi colpisce chi.
Insomma: la realtà è distorta dall’immaginazione, dall’incomprensione tra due lingue, dalla soggettività di un uomo (forse depresso) che probabilmente si sente un gradino sotto a sua moglie di successo, oppure è la moglie a non ascoltare le esigenze di un uomo ferito da un trauma.
L’Anatomia di una caduta di Justine Triet è anche un’anatomia di una relazione fallimentare, di rapporti che si slacciano e processi che emanano sentenze nella quale probabilmente non sapremo mai davvero se giustizia è stata fatta.
Di Simona Rurale
Insomma: la realtà è distorta dall’immaginazione, dall’incomprensione tra due lingue, dalla soggettività di un uomo (forse depresso) che probabilmente si sente un gradino sotto a sua moglie di successo, oppure è la moglie a non ascoltare le esigenze di un uomo ferito da un trauma.
L’Anatomia di una caduta di Justine Triet è anche un’anatomia di una relazione fallimentare, di rapporti che si slacciano e processi che emanano sentenze nella quale probabilmente non sapremo mai davvero se giustizia è stata fatta.
Di Simona Rurale