ANIMALI SELVATICI
Come fare un film politico ma senza ottenere il facile consenso pubblico e retorico? Cristian Mungiu con il suo R.M.N (Animali selvatici) impartisce una lezione di cinema. Una lezione trasversale, che parte dalla scrittura, attraversa la regia, e si conclude nella creazione di un’opera che riesce a far ragionare lo spettatore ma che è costantemente nel limbo morale di ciò che è giusto o sbagliato, il tutto senza che la visione politica del regista venga meno, ed è proprio questa la forza di un film magistrale.
Nella Transylvania pre-pandemia convivono ungheresi, tedeschi e rumeni in una piccola cittadina. L’equilibrio verrà messo a repentaglio dalla scelta dell’azienda del Paese che fabbrica pane di assumere dipendenti provenienti dallo Sri Lanka, decisione presa in seguito alla mancata adesione di persone del posto di lavorare in compenso del salario minimo. I cittadini spinti da una forte xenofobia si ribellano, indicendo una vera e propria protesta organizzata, compiendo anche atti non sempre pacifici. Nel mentre seguiamo Matthias (Marin Grigore), appena tornato dalla Germania, dove aveva trovato lavoro, che deve cercare di capire perché suo figlio Rudi non parla più, mosso dal terrore per qualcosa che ha visto nel bosco (in una scena iniziale folgorante) Con un padre malato, Matthias cerca di ricomporre il suo rapporto clandestino con Csilla (Judith State) che nel frattempo è diventata direttrice dell’azienda, con un ruolo di primo ordine nell’assunzione degli stranieri.
Senza mai mettersi davanti allo spettatore, ma sempre al suo servizio per raccontare una storia, Mungiu riesce comunque a realizzare momenti registici di grande impatto, fra tutti spicca la riunione cittadina in presenza del prete del Paese, e del sindaco. Messi fuori campo da Mungiu, che privilegia Matthias e Csilla in primo piano, che si stringono la mano, furtivamente. E il popolo, posto sullo sfondo, con una grandissima maestria da parte di Mungiu nell’uso della profondità, che animatamente cerca di far valere la propria ragione e convincere (con motivazioni grezze e razziste) a far espellere i cingalesi dal territorio rumeno.
L’inquadratura resta ferma per tutta la durata del dibattito (circa 17 minuti), senza alcuno stacco e senza alcun movimento di macchina, con una forza compositiva del quadro da lasciare lo spettatore senza fiato.
Ma Animali Selvatici non è solo regia. Il film vive di momenti sospesi, di tensione creata dal pericolo interno (la popolazione xenofoba) e di quello esterno (cosa ha visto Rudi nel bosco?), un unione che non lascia mai sicuro lo spettatore, anzi lo disorienta (positivamente). Un disorientamento che culmina nel pragmatico finale, dove nessun nodo verrà al pettine, anzi i dubbi accrescono e terrorizzano ancora di più chi osserva la pellicola.
Una vera lezione di cinema, ma senza volerlo essere. Perché il film non ha mai l’idea di mostrarsi gonfio, ipertrofico nella forma e moralistico nella sostanza. La perfetta stabilità dell’opera la innalza, confermando (ancora una volta) il talento di Cristian Mungiu, che pur coccolato dai Festival (in particolare Cannes) non ha ancora l’approvazione e la risonanza che merita.
Di Saverio Lunare
Nella Transylvania pre-pandemia convivono ungheresi, tedeschi e rumeni in una piccola cittadina. L’equilibrio verrà messo a repentaglio dalla scelta dell’azienda del Paese che fabbrica pane di assumere dipendenti provenienti dallo Sri Lanka, decisione presa in seguito alla mancata adesione di persone del posto di lavorare in compenso del salario minimo. I cittadini spinti da una forte xenofobia si ribellano, indicendo una vera e propria protesta organizzata, compiendo anche atti non sempre pacifici. Nel mentre seguiamo Matthias (Marin Grigore), appena tornato dalla Germania, dove aveva trovato lavoro, che deve cercare di capire perché suo figlio Rudi non parla più, mosso dal terrore per qualcosa che ha visto nel bosco (in una scena iniziale folgorante) Con un padre malato, Matthias cerca di ricomporre il suo rapporto clandestino con Csilla (Judith State) che nel frattempo è diventata direttrice dell’azienda, con un ruolo di primo ordine nell’assunzione degli stranieri.
Senza mai mettersi davanti allo spettatore, ma sempre al suo servizio per raccontare una storia, Mungiu riesce comunque a realizzare momenti registici di grande impatto, fra tutti spicca la riunione cittadina in presenza del prete del Paese, e del sindaco. Messi fuori campo da Mungiu, che privilegia Matthias e Csilla in primo piano, che si stringono la mano, furtivamente. E il popolo, posto sullo sfondo, con una grandissima maestria da parte di Mungiu nell’uso della profondità, che animatamente cerca di far valere la propria ragione e convincere (con motivazioni grezze e razziste) a far espellere i cingalesi dal territorio rumeno.
L’inquadratura resta ferma per tutta la durata del dibattito (circa 17 minuti), senza alcuno stacco e senza alcun movimento di macchina, con una forza compositiva del quadro da lasciare lo spettatore senza fiato.
Ma Animali Selvatici non è solo regia. Il film vive di momenti sospesi, di tensione creata dal pericolo interno (la popolazione xenofoba) e di quello esterno (cosa ha visto Rudi nel bosco?), un unione che non lascia mai sicuro lo spettatore, anzi lo disorienta (positivamente). Un disorientamento che culmina nel pragmatico finale, dove nessun nodo verrà al pettine, anzi i dubbi accrescono e terrorizzano ancora di più chi osserva la pellicola.
Una vera lezione di cinema, ma senza volerlo essere. Perché il film non ha mai l’idea di mostrarsi gonfio, ipertrofico nella forma e moralistico nella sostanza. La perfetta stabilità dell’opera la innalza, confermando (ancora una volta) il talento di Cristian Mungiu, che pur coccolato dai Festival (in particolare Cannes) non ha ancora l’approvazione e la risonanza che merita.
Di Saverio Lunare