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ANORA

RECENSIONE

ANORA

Se c’è un regista post-Quentin Tarantino capace di saper utilizzare la propria cinefilia come personale modello stilistico, quello è Sean Baker. Non è una questione citazionista o di omaggio verso il passato e il cinema che si ama; è una questione di conoscere profondamente il cinema dalla A alla Z (da quello comunemente definito alto, a quello basso) e sapere dove intervenire quando ci sono delle mancanze nel percorso cinematografico. Ecco perché Anora è qualcosa di mai visto prima, che sa riprendere dal passato ma si rinnova attraverso la coerenza con i tempi che corrono e la volontà di settare nuovi standard cinematografici.

Anora (Mikey Madison) è una sex worker che lavora a New York. Quando incontra Vanya (Mark Eidelstein) figlio di un importante e ricco oligarca russo, potrebbe svoltare la sua vita sposandolo e vivendo il sogno di un’agiatezza mai vista prima. Ma quando la notizia del matrimonio arriva ai genitori di Vanya, il sogno di Anora è messo a repentaglio.
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Non è una favola alla Cenerentola, è il riscatto sociale di una ragazza che ha sempre vissuto in ambienti decadenti. Più che la volontà di vivere da ricca, c’è il desiderio di cambiare il passato (una parabola molto legata a quella dei rapper americani ad esempio, con l’ostentazione del lusso come modo per mettere in chiaro di avercela fatta). Ma il cinema di Sean Baker è sempre popolato da ragazzi cresciuti troppo in fretta, o almeno che credono di esserlo, mai per colpa loro, quanto per il contesto sociale che li circonda. Per questo Anora è il film emblematico della Gen Z; in un mondo in cui tutto scorre al doppio della velocità, il sentirsi inadeguati è il sentimento più frequente per i ragazzi di questa generazione. Ciò che sorprende e che rende Anora un capolavoro, è la capacità di Baker di trasmettere questa sensazione attraverso la sequenza finale, la più significativa dell’intero film che passa dall’essere una rom-com (dove di romantico c’è molto poco, per privilegiare il lato erotico della relazione) ad una esilarante commedia d’indagine nella parte centrale, terminando con quella sequenza dalla potenza drammatica degna del miglior regista europeo in circolazione (qualcosa alla Ceylan o alla Sorogoyen per intenderci).

Picture
Ed è sorprendente come questi cambiamenti siano scanditi da un personaggio che appare da metà in poi: quello del gopnik (che in realtà è il più umano di tutti) interpretato da Yurij Borisov, un attore straordinario che sa rendere alla perfezione il contrasto tra il suo aspetto da duro e l’animo da burro (lo faceva già nello splendido Scompartimento n. 6 di Juho Kuosmanen). È lui il protagonista delle sequenze che fanno davvero comprendere allo spettatore chi è Anora, cosa pensa, come si comporta, cosa desidera. Sia nell’ambito della commedia che in quello del dramma è Borisov l’ago della bilancia.
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Un film straordinario, probabilmente il più completo di un regista che ha già dimostrato una capacità eccezionale nel mettere in scena e legare le contraddizioni degli USA e le difficoltà delle nuove generazioni a rapportarsi con la società. Che sia la giovane mamma Halley (Bria Vinaite) in Un sogno chiamato Florida (2017), la manipolabile Strawberry (Suzanna Son) di Red Rocket (2021) o la vibrante e desiderosa di riscatto Anora, una cosa è certa: nell’universo di Sean Baker le ragazze crescono troppo in fretta e gli adulti restano troppo bambini, in una incomunicabilità costante tra il futuro e il passato con la sensazione di essere sempre nel posto sbagliato, all’età sbagliata.

​Di Saverio Lunare



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