BABYLON
Da un lato Hollywood è un mondo sporco e fetido che ti prende, ti porta in alto per poi distruggerti e rigettarti come un buco nero di sfruttamento e prosciugamento dell’anima. Dall’altro ci ha dato Babylon.
Lacrime, sangue, saliva e liquidi corporei di ogni genere e provenienza sono indispensabili e funzionali per un film carnale come questo, che vuole accumulare questo caos vitalistico e sbatterlo senza pietà addosso allo spettatore, un caos che agli albori del cinema era libertà e anarchia, per poi diventare negli anni ‘30 sublimazione di ansie dovute al cambiamento dell’industria e della morale.
La Babilonia di Chazelle affrontando il passaggio dal muto al sonoro vuole essere questo: una montagna russa emozionale ed eccessiva che trasporta i suoi ambiziosi protagonisti all’apice del successo per poi farli cadere nell’oblio quando il suo ed il loro tempo è terminato. Un luogo di istinti primordiali che non sarebbe mai potuto durare, una delle tante ere del cinema destinate a sprofondare trascinando con sè tutto quanto, dando spazio a nuove stelle, nuove idee, nuovi modi di pensare e realizzare film. “Non si può ostacolare l’innovazione”
Nelli (Margot Robbie) incarna l’anima selvaggia e anarchica di un’epoca nella quale lo Studio System non si è ancora affermato, un’epoca di luci ed ombre in cui vediamo che è più facile per le donne essere registe e allo stesso tempo i set sono campi di battaglia (non solo nella finzione), sono dei veri e propri luoghi di sfruttamento senza morale ne regole. Nelli è un’anima ribelle, incapace di conformarsi ai nuovi standard di bellezza e comportamento e noi da spettatori non possiamo che guardarla con gli stessi occhi di Manny.
Il personaggio di Manny (Diego Calva) incontra quello di Jack Conrad (Brad Pitt). Se il primo diventerà una delle personalità nascoste e dimenticate ma essenziali per far muovere la macchina del cinema, il secondo è il divo consapevole che il suo tempo sotto i riflettori è terminato con l’avvento del sonoro, dopo una vita all’insegna del sacrificio delle connessioni personali in funzione di qualcosa più grande di lui che lo rigetterà rendendolo immortale.
Lo stesso destino spetterà a Sidney, il musicista Jazz costretto a dipingersi il viso di nero per amalgamarsi meglio con il resto della band o a Fay, ostracizzata per la sua omosessualità da prima accettata. Per quanto ci provino questi artisti vengono tutti masticati e poi sputati dall’industria dei sogni in cui speravano di far parte.
Babylon se apparentemente sembra un vortice di caos, se ci si avvicina e si guarda bene quest’ultimo sembra essere un caos controllato e funzionale, ritrovando ordine e linearità se si isolano le parabole singole dei nostri. Percorsi di vita frammentati che vanno a formare un mosaico nella quale il singolo si fa da portavoce del tutto, restituendo infine l’immagine completa di un’epoca in movimento.
Come in un quadro di Pollock il caos diviene sublimazione di qualcosa di più grande, che sia uno stato d’animo o un reportage di un contesto storico.
La mano di Chazelle è quella di un maestro sapiente e virtuoso che accompagna lo spettatore con piani sequenza e panoramiche a schiaffo, a ritmo della musica di Justin Hurwitz. Una regia musicale che non abbandona mai lo spettatore, anzi, lo tartassa, lo strema, lo spinge a guardare fino alla cornice delle inquadrature in cui l’azione sullo sfondo non cessa mai di pulsare. Anche nel campo e controcampo più banale i nostri occhi sono volutamente spinti fuori fuoco a scrutare l’aldilà saturo di movimento.
Babylon è un film a due facce: una mostra molto risentimento e frustrazione nei confronti di Hollywood come industria. Emblematica la sequenza orrorifica con Tobey Maguire, nella quale vediamo che “la nuova morale” ha represso le proprie pulsioni fino a tramutarle in una specie di inferno dantesco, in cui i propri istinti vengono esercitati in un buco nascosto di Los Angeles nel modo più perverso e malato possibile.
L’altra faccia, invece, inizia con il dare voce a chi rimane nascosto dietro la cinepresa ponendo subito l’accento sulla monumentale quantità di ingranaggi per rendere i sogni “realtà”, finendo per diventare una vera e propria ode al cinema in quanto arte che instaura un rapporto attrazionale, carnale ed emozionale con lo spettatore.
Lo stesso spettatore che difronte alla stessa scena piange, ride, sbadiglia o fa l’amore. Proprio come Manny andiamo al cinema e viviamo tutti un’esperienza differente nello stesso instante. Come lui possiamo rivivere le nostre vite e quelle di chi abbiamo amato attraverso gli angeli ed i fantasmi che infestano lo schermo e riscoprire noi stessi, vedere persino il futuro e renderci conto (come nel magnifico finale che arriva nel contemporaneo) che ci saranno nuove stelle che nasceranno e moriranno, nuove ere che fioriranno e appassiranno, innovazioni tecniche che modificheranno per sempre la storia del cinema che però, nella sua inesorabile mutazione, non morirà mai.
Noi, da spettatori, non dovremmo fare altro che essere Manny, mentre Damien Chazelle ci dice a gran voce: lunga vita al cinema.
Di Simona Rurale
Lacrime, sangue, saliva e liquidi corporei di ogni genere e provenienza sono indispensabili e funzionali per un film carnale come questo, che vuole accumulare questo caos vitalistico e sbatterlo senza pietà addosso allo spettatore, un caos che agli albori del cinema era libertà e anarchia, per poi diventare negli anni ‘30 sublimazione di ansie dovute al cambiamento dell’industria e della morale.
La Babilonia di Chazelle affrontando il passaggio dal muto al sonoro vuole essere questo: una montagna russa emozionale ed eccessiva che trasporta i suoi ambiziosi protagonisti all’apice del successo per poi farli cadere nell’oblio quando il suo ed il loro tempo è terminato. Un luogo di istinti primordiali che non sarebbe mai potuto durare, una delle tante ere del cinema destinate a sprofondare trascinando con sè tutto quanto, dando spazio a nuove stelle, nuove idee, nuovi modi di pensare e realizzare film. “Non si può ostacolare l’innovazione”
Nelli (Margot Robbie) incarna l’anima selvaggia e anarchica di un’epoca nella quale lo Studio System non si è ancora affermato, un’epoca di luci ed ombre in cui vediamo che è più facile per le donne essere registe e allo stesso tempo i set sono campi di battaglia (non solo nella finzione), sono dei veri e propri luoghi di sfruttamento senza morale ne regole. Nelli è un’anima ribelle, incapace di conformarsi ai nuovi standard di bellezza e comportamento e noi da spettatori non possiamo che guardarla con gli stessi occhi di Manny.
Il personaggio di Manny (Diego Calva) incontra quello di Jack Conrad (Brad Pitt). Se il primo diventerà una delle personalità nascoste e dimenticate ma essenziali per far muovere la macchina del cinema, il secondo è il divo consapevole che il suo tempo sotto i riflettori è terminato con l’avvento del sonoro, dopo una vita all’insegna del sacrificio delle connessioni personali in funzione di qualcosa più grande di lui che lo rigetterà rendendolo immortale.
Lo stesso destino spetterà a Sidney, il musicista Jazz costretto a dipingersi il viso di nero per amalgamarsi meglio con il resto della band o a Fay, ostracizzata per la sua omosessualità da prima accettata. Per quanto ci provino questi artisti vengono tutti masticati e poi sputati dall’industria dei sogni in cui speravano di far parte.
Babylon se apparentemente sembra un vortice di caos, se ci si avvicina e si guarda bene quest’ultimo sembra essere un caos controllato e funzionale, ritrovando ordine e linearità se si isolano le parabole singole dei nostri. Percorsi di vita frammentati che vanno a formare un mosaico nella quale il singolo si fa da portavoce del tutto, restituendo infine l’immagine completa di un’epoca in movimento.
Come in un quadro di Pollock il caos diviene sublimazione di qualcosa di più grande, che sia uno stato d’animo o un reportage di un contesto storico.
La mano di Chazelle è quella di un maestro sapiente e virtuoso che accompagna lo spettatore con piani sequenza e panoramiche a schiaffo, a ritmo della musica di Justin Hurwitz. Una regia musicale che non abbandona mai lo spettatore, anzi, lo tartassa, lo strema, lo spinge a guardare fino alla cornice delle inquadrature in cui l’azione sullo sfondo non cessa mai di pulsare. Anche nel campo e controcampo più banale i nostri occhi sono volutamente spinti fuori fuoco a scrutare l’aldilà saturo di movimento.
Babylon è un film a due facce: una mostra molto risentimento e frustrazione nei confronti di Hollywood come industria. Emblematica la sequenza orrorifica con Tobey Maguire, nella quale vediamo che “la nuova morale” ha represso le proprie pulsioni fino a tramutarle in una specie di inferno dantesco, in cui i propri istinti vengono esercitati in un buco nascosto di Los Angeles nel modo più perverso e malato possibile.
L’altra faccia, invece, inizia con il dare voce a chi rimane nascosto dietro la cinepresa ponendo subito l’accento sulla monumentale quantità di ingranaggi per rendere i sogni “realtà”, finendo per diventare una vera e propria ode al cinema in quanto arte che instaura un rapporto attrazionale, carnale ed emozionale con lo spettatore.
Lo stesso spettatore che difronte alla stessa scena piange, ride, sbadiglia o fa l’amore. Proprio come Manny andiamo al cinema e viviamo tutti un’esperienza differente nello stesso instante. Come lui possiamo rivivere le nostre vite e quelle di chi abbiamo amato attraverso gli angeli ed i fantasmi che infestano lo schermo e riscoprire noi stessi, vedere persino il futuro e renderci conto (come nel magnifico finale che arriva nel contemporaneo) che ci saranno nuove stelle che nasceranno e moriranno, nuove ere che fioriranno e appassiranno, innovazioni tecniche che modificheranno per sempre la storia del cinema che però, nella sua inesorabile mutazione, non morirà mai.
Noi, da spettatori, non dovremmo fare altro che essere Manny, mentre Damien Chazelle ci dice a gran voce: lunga vita al cinema.
Di Simona Rurale