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BEETLEJUICE BEETLEJUICE

RECENSIONE

BEETLEJUICE BEETLEJUICE - SPECIALE VENEZIA 81


​Tim Burton è tornato nel suo mondo, con le sue bizzarrie, i suoi giochi di luce e i suoi personaggi grotteschi. Ampliando un universo che era già suo senza snaturarlo, giocandoci e divertendosi senza inventare però nulla di nuovo.
Beetlejuice Beetlejuice espande le vicende del primo capitolo: troviamo una Lydia Deetz (Winona Rider) ormai adulta diventata una sorta di personalità di spicco in tv grazie ai suoi poteri da Medium, con sua figlia Astrid (Jenna Ortega) un’adolescente irrequieta, imbarazzata dai comportamenti sopra le righe della madre e presa di mira dai compagni di scuola. E poi c’è il mondo dei morti, l’aldilà burtoniano sempre molto più interessante della banalità che sta “di sopra”.

​Un luogo colorato, brillante, caotico ed esplosivo che ospita il nostro Beetlejuice (Michael Keaton), il solito “spiritello porcello” il cui unico scopo è sposare la sua amata Lydia nonostante il gap d’età di appena qualche secolo.
Il nuovo capitolo di Beetlejuice è pomposo e sopra le righe, rimanendo fedele a sé stesso nello stile, anche utilizzando effetti speciali che ripudiano un’eccessivo uso di CGI avvicinandosi all’artigianalità del capitolo dell’88 (non a caso viene citato esplicitamente Mario Bava con Operazione Paura, a testimoniare l’amore del regista per il genere).
Picture
Proprio come in un film di serie B anche in Beetlejuice Beetlejuice la trama non è il punto forte: sottotrame inconcludenti (su tutte quella di Monica Bellucci, una sottospecie di sposa cadavere vendicativa capace addirittura di far morire i morti, esportandone via l’anima), risoluzioni sbrigative, psicologie abbozzate e linee narrative che tentano in tutti i modi di combaciare l’una con l’altra risultando a volte un po’ forzate tra loro.
​
Ma, ancora una volta, proprio come un film di serie B la forza sta tutta nell’autore, nella forza di un regista dallo stile inconfondibile e irresistibile, che si diverte e che fa divertire lo spettatore riproponendo un’opera che da una parte non inventa nulla ma dall’altra porta con sè la capacità di esser sempre fedele a sé stessa. Tim Burton dimostra di avere la stessa gioia e lo stesso amore per il cinema di trent’anni fa.

​Di Simona Rurale


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