BIRTH/REBIRTH - FINO A CHE PUNTO SAREMMO PRONTI A SCENDERE A PATTI CON LA NOSTRA ETICA?
«Vivi. Muori. Ripeti.» recitava la tagline di Edge of Tomorrow una decina di anni fa. Una frase semplice e immediata, ma che riassume alla perfezione la struttura di fondo dell'esordio alla regia di Laura Moss (nota precedentemente più che altro come attrice), Birth/Rebirth, un film in realtà ben più complesso e spiazzante di tanti suoi parenti body horror con mad doctor recenti e che si inserisce "senza paura" in un filone che da Re-Animator attraversa tanto Cronenberg fino ad arrivare, perché no, al più recente Povere creature!
Naturalmente dal blockbusterone del 2014 citato in apertura siamo lontanissimi: la (fanta)scienza è sì al centro, ma qui i toni sono quanto mai raccolti e glaciali, in un film che riproponendo quello slash nel titolo non può che evocare elementi ricorrenti del genere quali la ricerca ossessiva dell'immortalità di Self/less o l'incontro/scontro di personaggi all'opposto come in Face/Off.
È dopo un sofisticato montaggio alternato (a creare una voluta confusione dei piani, sia narrativi che all'interno di un edificio ospedaliero) che la trama inizia a dipanarsi, infatti, su due binari inizialmente disgiunti, rappresentati da due personaggi agli antipodi della "filiera" clinica: da una parte la dottoressa Rose, fredda e calcolatrice anatomopatologa che alla frequentazione dei vivi preferisce la compagnia delle salme in obitorio; dall'altra l'ostetrica Celie, che nella sezione maternità della medesima struttura si prende amorevolmente cura di coloro che vengono a dare alla luce nuove vite. Le due donne, portatrici di etiche diametralmente opposte, giungeranno quindi a incontrarsi nel momento in cui la figlia seienne di Celie perirà a causa di una grave forma di meningite, trapassando, in duplice accezione, al reparto di Rose.
Naturalmente dal blockbusterone del 2014 citato in apertura siamo lontanissimi: la (fanta)scienza è sì al centro, ma qui i toni sono quanto mai raccolti e glaciali, in un film che riproponendo quello slash nel titolo non può che evocare elementi ricorrenti del genere quali la ricerca ossessiva dell'immortalità di Self/less o l'incontro/scontro di personaggi all'opposto come in Face/Off.
È dopo un sofisticato montaggio alternato (a creare una voluta confusione dei piani, sia narrativi che all'interno di un edificio ospedaliero) che la trama inizia a dipanarsi, infatti, su due binari inizialmente disgiunti, rappresentati da due personaggi agli antipodi della "filiera" clinica: da una parte la dottoressa Rose, fredda e calcolatrice anatomopatologa che alla frequentazione dei vivi preferisce la compagnia delle salme in obitorio; dall'altra l'ostetrica Celie, che nella sezione maternità della medesima struttura si prende amorevolmente cura di coloro che vengono a dare alla luce nuove vite. Le due donne, portatrici di etiche diametralmente opposte, giungeranno quindi a incontrarsi nel momento in cui la figlia seienne di Celie perirà a causa di una grave forma di meningite, trapassando, in duplice accezione, al reparto di Rose.
Ma ci resterà poco, dal momento che la dottoressa conduce segretamente a casa sua macabri esperimenti per rianimare le vite dei defunti, e quel cadavere è un dono che non può farsi sfuggire. E se è vero che gli opposti finiscono per attrarsi, le due donne troveranno tra gli interstizi morali inaspettati margini di comunione, finendo per divenire complici di un progetto scientifico tanto ambizioso quanto non esente da rischi, forte però di un umanesimo che è spinta, motore e cuore pulsante del film.
Ci sono ovviamente Frankenstein e Mary Shelley tra le ispirazioni della regista (responsabile anche della sceneggiatura), ma quel che stupisce maggiormente della pellicola non è (solo) la capacità di rendere conto della ferma ostinazione, tutta umana, nel non voler arrendersi alle leggi di natura cercando di fermare il processo di un corpo destinato a morire, ma, soprattutto, vero punto di forza e di originalità della scrittura, la volontà di fare horror dissezionando la materia etica (ancor prima che i cadaveri) come su un tavolo autoptico, spingendoci continuamente a chiedere quanto saremmo pronti a sacrificare di noi stessi e dell'integrità etica che ci contraddistingue (senza dimenticarci delle conseguenze verso gli altri: esemplificativo a questo proposito il personaggio di Emily) pur di arrivare a soddisfare i nostri obiettivi.
Di Federico Pietro Nave
Ci sono ovviamente Frankenstein e Mary Shelley tra le ispirazioni della regista (responsabile anche della sceneggiatura), ma quel che stupisce maggiormente della pellicola non è (solo) la capacità di rendere conto della ferma ostinazione, tutta umana, nel non voler arrendersi alle leggi di natura cercando di fermare il processo di un corpo destinato a morire, ma, soprattutto, vero punto di forza e di originalità della scrittura, la volontà di fare horror dissezionando la materia etica (ancor prima che i cadaveri) come su un tavolo autoptico, spingendoci continuamente a chiedere quanto saremmo pronti a sacrificare di noi stessi e dell'integrità etica che ci contraddistingue (senza dimenticarci delle conseguenze verso gli altri: esemplificativo a questo proposito il personaggio di Emily) pur di arrivare a soddisfare i nostri obiettivi.
Di Federico Pietro Nave