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BLINK TWICE

RECENSIONE

BLINK TWICE

​Un film di serie B ma con il budget e nomi da grande produzione.
Zoë Kravitz esordisce alla regia con un film che alterna buone intuizioni a trascuratezze narrative evidenti, in un composto che sembra non essere del tutto onesto e fedele a se stesso.

Frida (Naomi Ackie) è una giovane cameriera che lavora per il magnate Slater King (Channing Tatum). Dopo che i due si incontrano fortuitamente durante una cena, il ricco imprenditore decide di invitare Frida nella sua nuova isola privata per una vacanza all’insegna del divertimento. Improvvisamente il tempo sembra essere scomparso e i ricordi delle donne presenti sull’isola iniziano a confondersi.
​
Le idee, l’approccio e soprattutto la narrazione è quella dei film di serie B (e non è una cosa negativa). Blink Twice è una pellicola estremamente legata agli oggetti: buste rosse, boccette di profumo, vestiti bianchi, enormi canne di marijuana, misteriose bevande, gli incastri narrativi fondamentali sono tutti legati a rivelazioni che si celano all’interno di questi oggetti. Lo intuiamo subito grazie all’insistenza della regia di Kravitz che ci mostra spesso Frida utilizzarli o notarli con lo sguardo. Ma esattamente come in un B movie che si rispetti, nulla è realmente messo a fuoco nella narrazione del film, il perché questi fondamentali oggetti funzionano in questo modo è a libera intuizione dello spettatore, a cui viene spiegato soltanto il loro utilizzo (ovviamente non convenzionale).
Picture
​Le tematiche della pellicola piano piano verranno fuori, così come la volontà di Zoë Kravitz di giocare con i generi, passando dalla commedia al thriller, con un pizzico di fantascienza ed esplodendo verso la fine con il sangue e il grottesco. Il problema principale di Blink Twice è la mancanza di una linea sia produttiva che narrativa ben delineata, risultando un film squilibrato. Le idee buone, a tratti ottime, non mancano, come ad esempio il connubio regia/montaggio nella prima parte del film, ben costruito e che riesce a far provare allo spettatore quella confusione temporale che le protagoniste del film stanno vivendo.

Se fosse stata una pellicola con una linea narrativa e cinematografica maggiormente messa a fuoco sarebbe potuta essere una risposta made in USA all’ottimo Revenge di Coralie Fargeat (2017) per tematiche e stile, ma purtroppo resta l’amaro in bocca per un film che manca di compatezza.

Una menzione disonorevole per l’odioso finale auto-indulgente e totalmente anti-climatico, con la Kravitz che probabilmente ha cercato di sviare le opinioni sul perché una persona ricca proveniente da un contesto ricco abbia fatto un film contro i ricchi (Blink Twice non è solo questo, ma c’è anche questo) parandosi con una sequenza finale che peggiora anche le cose positive viste precedentemente.

​Di Saverio Lunare

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