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BOILING POINT

RECENSIONE

BOILING POINT 

​Philip Barantini ci immerge in un ristorante stellato durante un’intensa e piena di imprevisti serata lavorativa, lo fa attraverso l’utilizzo sapiente del piano sequenza. La tecnica viene utilizzata al servizio del film e non viceversa.

Seguiamo Andy (Stephen Graham) chef al comando del suo équipe che deve destreggiarsi tra problemi famigliari ed un turno di lavoro molto intenso che lo attende.
Barantini crea un microcosmo all’interno del ristorante, inserendo temi sociali, ma mai dimenticando il soggetto principale: il lavoro.
Il regista assorbe il modo di fare cinema del suo connazionale Ken Loach, ma lo modifica utilizzando la tecnica registica come forma di narrazione, la macchina da presa diventa un personaggio.

​Fondamentale per questo diventa l’architettura del ristorante, la geometria perfetta nel rapporto spazio-tempo, la sala comunica direttamente con la cucina, facilitando il piano sequenza ed immergendo in questa maniera lo spettatore in due contesti nello stesso momento, chi guarda il film è sia cliente che lavoratore.

La pellicola fa percepire perfettamente la tensione che può provare un team lavorativo durante un turno così frenetico e pieno di aspettative. Aspettative che aumentano quando Andy scopre che è presente un cliente speciale: Alistair (Jason Flemyng), ex collaboratore di Andy divenuto divo televisivo in ambito culinario che rimprovera il suo collega, accusandolo di non sapersi vendere, di non riuscire ad essere uno chef commercialmente appetibile, una chiara metafora adattabile ad ogni ambito lavorativo, soprattutto quello artistico.

“Una recensione è come il sesso, ci si basa su ciò che c’è e non su ciò che manca”

Un film di ottima fattura e di trovate intelligenti, sempre al servizio dell’opera. La tecnica non inghiotte il film divenendo slegata e fine a se stessa anzi, funge da tema narrativo e diventa un personaggio dell’opera.


Di Saverio Lunare

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