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CALL OF GOD

RECENSIONE

CALL OF GOD - LE VIE DEL CINEMA 2022

Il cinema di Kim Ki-duk è sempre stato unico nel suo genere: un cinema fortemente simbolico che indaga l’amore e l’odio, sempre in bilico tra sogno e realtà, violenza e dolcezza. Call of god non è altro che il proseguimento (e purtroppo la fine) di un percorso iniziato con “L’isola” (2000) e portato avanti fino alla sua improvvisa scomparsa, la fine della sua indagine esistenziale dei rapporti umani.

Presentato alla 79esima edizione del Festival del cinema di Venezia, Call of god è un film che va criticato ponendo delle premesse: il progetto è stato scritto e diretto dal regista sudcoreano e dopo la sua scomparsa, a dicembre 2020, è stato completato dai suoi collaboratori (una produzione targata Estonia, Lituania, Kirghizistan). C’è da aggiungere che la produzione di Kim Ki-duk negli ultimi anni è stata fortemente influenzata dalla sua profonda depressione dovuta ad un incidente durante le riprese del film ”Dream” (2008) nella quale durante le riprese un’attrice è rimasta quasi uccisa.
Dopo questo tragico incidente Kim Ki-duk si ritira dalle scene, ricomparendo solo 3 anni più tardi con un nuovo progetto: Arirang (2011). Un’opera intima, una confessione a cuore aperto nella quale l’autore in prima persona esterna i suoi tormenti interiori dopo l’accaduto sublimando il suo dolore tramite l’arte. Poesia.

​Fondamentale è in questo caso, ripercorrere le tappe dell’autore sudcoreano per giudicare la sua ultima fatica. Perché alla fine della visione il film riesce a suggellare un percorso tramite piccole trovate poetiche a cui solo Kim può pensare. Simbolismi disseminati nella pellicola che restituiscono quella energia creativa inimitabile, estremamente metaforica e potente.
Call of god parte da un presupposto molto semplice: una donna ed un uomo si incontrano e si innamorano. Ma è un sogno, la donna si sveglia e riceve una chiamata da uno sconosciuto che le dice di tornare a dormire se vuole che tutto accada anche nella realtà.
La realtà ed il sogno si mescolano ma siamo lontani dal capolavoro che era “Ferro 3” (2004), violenza e dolcezza si alternano ma siamo lontani dalla potenza visiva de “L’isola” (2000), la gelosia soffoca il sentimento ma siamo lontani dalla crudeltà di “Moebius” (2013). Il film è chiaro che non sia ben limato: la produzione, la recitazione e persino la qualità della pellicola sembrano non essere all’altezza del grande autore.

Se non fosse per quelle intuizioni geniali l’opera non sembrerebbe a pieno identificativa del regista ma basta un coltello puntato alla gola con l’intento di imboccare amorevolmente il compagno o giocare a freccette nello stesso modo di un lanciatore di coltelli schivando il corpo dell’amato per far riaffiorare la poetica dell’autore e alludere a quei suoi giochi in bilico tra violenza e dolcezza, sofferenza e morte che l’hanno da sempre distino.

​Un film in bianco e nero che alla fine ritorna al colore, chiudendosi come è iniziato simboleggiando forse una nuova primavera e richiamando il cerchio che si chiude come in “Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera” (2003). Forse non si ripeteranno gli stessi errori sadici di ossessione e gelosia anche nella realtà, forse il sogno è servito a dissiparli o forse l’uomo è destinato a ripercorrere sempre gli stessi sbagli.
Ciò che si sa è che probabilmente se il maestro fosse ancora in vita il film sarebbe diverso e che a volte penso di voler vivere anche io in un sogno, penso che vorrei risvegliarmi dal sonno e scoprire che è ancora tra di noi con la sua arte. Non ci sarà più un regista come Kim.


​Di Simona Rurale

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