DISCLAIMER - SPECIALE VENEZIA 81
Che mano, che penna, quanta intensità. La serie di Alfonso Cuarón presentata all’81ª edizione del Festival del Cinema di Venezia è folgorante.
Sin dalla prima puntata la fine scrittura di Cuarón scombussola lo spettatore, ci vengono presentati diversi personaggi in alternati archi di tempo: due giovani e passionali ragazzi in viaggio, una rinomata autrice di documentari premiata durante una cena di gala, un solitario e misterioso uomo anziano.
I nomi vengono confusi nelle varie linee temporali, non capiamo immediatamente cosa stiamo osservando. Quando lentamente l’intreccio prende forma, veniamo rapiti dalla capacità del regista messicano di raccontare gli avvenimenti attraverso le immagini e l’ermetismo dell’inizio si scioglie in una irrefrenabile voglia di scoprire di più, sempre però attraverso ciò che Cuarón decide di farci vedere.
Nella prima parte il personaggio di Catherine Ravenscroft, interpretato da Cate Blanchett, non esiste; Cuarón decide di nasconderla, non riesce a parlare con nessuno, non ha modo di confrontarsi con il resto dei personaggi della serie. Questa, come altre grandi scelte del regista di cosa mostrarci e cosa no, cosa rivelarci subito e cosa nasconderci, sono il fulcro della serie.
Le immagini che crea il regista sono di una forza straordinaria e Cuarón è maestro nel cambiare stile registico, con una variazione anche della fotografia, in base a quale personaggio stiamo seguendo: dalla regia cupa, con colori saturi, quando siamo con Robert (Sasha Baron Cohen) il marito di Catherine profondamente turbato (e pericolosamente attratto) da ciò che è avvenuto nel passato di sua moglie, passando per la regia morbida e fluida, con l’utilizzo della luce calda quando ci viene mostrato ciò che è avvenuto tra la giovane Catherine e Jonathan, un ragazzo conosciuto durante un viaggio in italia. Arrivando alla frenesia giovanile della vita di Nicholas (Kodi Smit-McPhee) figlio di Catherine che possiede un rapporto di perenne conflitto con la propria madre, mostrata attraverso una regia altrettanto movimentata.
Sin dalla prima puntata la fine scrittura di Cuarón scombussola lo spettatore, ci vengono presentati diversi personaggi in alternati archi di tempo: due giovani e passionali ragazzi in viaggio, una rinomata autrice di documentari premiata durante una cena di gala, un solitario e misterioso uomo anziano.
I nomi vengono confusi nelle varie linee temporali, non capiamo immediatamente cosa stiamo osservando. Quando lentamente l’intreccio prende forma, veniamo rapiti dalla capacità del regista messicano di raccontare gli avvenimenti attraverso le immagini e l’ermetismo dell’inizio si scioglie in una irrefrenabile voglia di scoprire di più, sempre però attraverso ciò che Cuarón decide di farci vedere.
Nella prima parte il personaggio di Catherine Ravenscroft, interpretato da Cate Blanchett, non esiste; Cuarón decide di nasconderla, non riesce a parlare con nessuno, non ha modo di confrontarsi con il resto dei personaggi della serie. Questa, come altre grandi scelte del regista di cosa mostrarci e cosa no, cosa rivelarci subito e cosa nasconderci, sono il fulcro della serie.
Le immagini che crea il regista sono di una forza straordinaria e Cuarón è maestro nel cambiare stile registico, con una variazione anche della fotografia, in base a quale personaggio stiamo seguendo: dalla regia cupa, con colori saturi, quando siamo con Robert (Sasha Baron Cohen) il marito di Catherine profondamente turbato (e pericolosamente attratto) da ciò che è avvenuto nel passato di sua moglie, passando per la regia morbida e fluida, con l’utilizzo della luce calda quando ci viene mostrato ciò che è avvenuto tra la giovane Catherine e Jonathan, un ragazzo conosciuto durante un viaggio in italia. Arrivando alla frenesia giovanile della vita di Nicholas (Kodi Smit-McPhee) figlio di Catherine che possiede un rapporto di perenne conflitto con la propria madre, mostrata attraverso una regia altrettanto movimentata.
Una serie sul ribaltamento di ciò che siamo convinti di sapere e di ciò che vorremmo sapere, sulla luce e sulle ombre di un avvenimento che potrebbe per sempre cambiare le sorti di un essere umano. Perché in Disclaimer è presente anche la società odierna, velocissima, in cui un'informazione passa con estrema semplicità e viene immediatamente rilegata a verità assoluta.
La narrazione della prima parte (pressoché perfetta per intensità, creatività, volontà espressiva dell’autore) viene ribaltata nella seconda, in cui Cuarón commette qualche errore, come la troppa voglia di risolutezza (soprattutto in un dialogo finale).
La serie resta comunque eccezionale, con momenti di grandioso cinema al suo interno. L’ennesima prova che Alfonso Cuarón sia uno dei registi più importanti della contemporaneità e anche quando si affaccia in un nuovo mondo (la serialità televisiva) riesce a mantenere la capacità di esprimersi attraverso le immagini.
Di Saverio Lunare
La narrazione della prima parte (pressoché perfetta per intensità, creatività, volontà espressiva dell’autore) viene ribaltata nella seconda, in cui Cuarón commette qualche errore, come la troppa voglia di risolutezza (soprattutto in un dialogo finale).
La serie resta comunque eccezionale, con momenti di grandioso cinema al suo interno. L’ennesima prova che Alfonso Cuarón sia uno dei registi più importanti della contemporaneità e anche quando si affaccia in un nuovo mondo (la serialità televisiva) riesce a mantenere la capacità di esprimersi attraverso le immagini.
Di Saverio Lunare