DUNE - PARTE DUE
Prendersi il tempo di raccontare le storie, di approfondire ogni carattere, di indagare ogni sfumatura e caratteristica di un mondo nuovo, prendersi il tempo necessario per raccontarne la grandezza e complessità. È quello che ha fatto Denis Villeneuve con il primo capitolo di Dune: sontuoso nella forma e ricco nel contenuto, indispensabilmente colmo di informazioni utili ad aprire la finestra su un mondo codificato, con le sue regole ed i suoi segreti tutti da scoprire. Se il primo capitolo - proprio in virtù dell’ impresa mastodontica di raccontare (visivamente e non) il mondo di Dune nelle sue sfumature - rischiava di finire quando sembrava iniziare (narrativamente parlando), ebbene questa seconda parte inizia proprio dove Villeneuve ci aveva lasciati, a dramma già iniziato.
La casata degli Atreides è caduta per mano del barone Harkonnen, pronto a riprendere il controllo della spezia, mentre Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica si rifugiano tra i Fremen. La sete di vendetta dopo la morte di suo padre, cresce sempre di più in Paul: il ragazzo che in molti pensano sia l’eletto, protagonista di una profezia che narra di un Messia e di una terribile guerra Santa che coinvolgerà l’intera galassia.
Da Guerre Stellari fino ad Avatar la fantascienza è sempre stata propensa a raccontare storie di mondi che si scontrano, popoli che combattono per il dominio e il potere, tra colonizzati e colonizzatori e naturalmente il testo di Dune non è da meno. Il film di Villeneuve decide di mettere al centro dell’opera cinematografica questo tema attraverso la scalata verso il potere di Paul: dove finisce la lotta per il proprio popolo e dove inizia la pura e semplice vendetta personale?
Il corpo di Paul cambia nel corso della Parte seconda, Chalamet infatti fa un lavoro senza precedenti: il suo sguardo è più severo, la sua voce si incupisce, e se nel primo film sembrava un esile ragazzino schiacciato dalle sue stesse premonizioni, mano a mano si presenterà sempre più minaccioso, sempre più violento, sempre meno umano e più “Dio” spietato ed incorruttibile, come lo descrivono le profezie e le credenze Fremen.
La casata degli Atreides è caduta per mano del barone Harkonnen, pronto a riprendere il controllo della spezia, mentre Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre Jessica si rifugiano tra i Fremen. La sete di vendetta dopo la morte di suo padre, cresce sempre di più in Paul: il ragazzo che in molti pensano sia l’eletto, protagonista di una profezia che narra di un Messia e di una terribile guerra Santa che coinvolgerà l’intera galassia.
Da Guerre Stellari fino ad Avatar la fantascienza è sempre stata propensa a raccontare storie di mondi che si scontrano, popoli che combattono per il dominio e il potere, tra colonizzati e colonizzatori e naturalmente il testo di Dune non è da meno. Il film di Villeneuve decide di mettere al centro dell’opera cinematografica questo tema attraverso la scalata verso il potere di Paul: dove finisce la lotta per il proprio popolo e dove inizia la pura e semplice vendetta personale?
Il corpo di Paul cambia nel corso della Parte seconda, Chalamet infatti fa un lavoro senza precedenti: il suo sguardo è più severo, la sua voce si incupisce, e se nel primo film sembrava un esile ragazzino schiacciato dalle sue stesse premonizioni, mano a mano si presenterà sempre più minaccioso, sempre più violento, sempre meno umano e più “Dio” spietato ed incorruttibile, come lo descrivono le profezie e le credenze Fremen.
Ma il Messia è davvero tra i Fremen o sono solo fanatismi? Abbiamo assistito all’ascesa del cosiddetto Muad’Dib di cui parlano le scritture o ad un’autoconvinzione di massa da parte di un popolo esiliato in un deserto di sabbia, che per sopravvivere alla miseria deve aggrapparsi a qualcuno o qualcosa di “superiore”? La figura di Chani, interpretata da un’agguerrita Zendaya, sarà la controparte di questa visione collettiva mistico-religiosa: colei che lotta per il popolo, non per Paul e una dei pochi a riconoscere l’ambiguità e la violenza negli occhi del ragazzo, proprio perché ne ha conosciuto le fragilità.
Villenueve costruisce questa ambiguità non solo con le parole ma anche e soprattutto attraverso un world-building efficace nel “parlare” attraverso le immagini. Nella famiglia Harkonnen per esempio, la violenza ingiustificata e priva di ambiguità (una malvagità ereditaria forse) si trasmette attraverso, non solo le azioni violente, ma anche e soprattutto attraverso un livello iconico, mostrando un ambiente bidimensionale in bianco e nero, e dei giochi sadici che sembrano usciti dall’antica Roma svolti sotto un “contradditorio” sole scuro. Essa è solo una delle tante sequenze di una potenza iconica incredibile, frutto di un lavoro spettacolare e di una visione del cinema come di un mezzo potente in grado di comunicare attraverso la forma che diventa sostanza.
Dune ha tracciato un solco indelebile nel panorama fantascientifico del cinema post-moderno: un adattamento di un romanzo complesso da parte di un autore che è stato in grado di mantenere il suo stile (autoriale, riflessivo, politico, religioso, sociologico) ma in grado di arrivare a tutti, come richiede la definizione di blockbuster.
In qualsiasi modo si svilupperanno progetti futuri, Dune rimarrà una saga monumentale di cui si parlerà a lungo e che merita certamente una degna conclusione nel capitolo conclusivo.
Di Simona Rurale
Villenueve costruisce questa ambiguità non solo con le parole ma anche e soprattutto attraverso un world-building efficace nel “parlare” attraverso le immagini. Nella famiglia Harkonnen per esempio, la violenza ingiustificata e priva di ambiguità (una malvagità ereditaria forse) si trasmette attraverso, non solo le azioni violente, ma anche e soprattutto attraverso un livello iconico, mostrando un ambiente bidimensionale in bianco e nero, e dei giochi sadici che sembrano usciti dall’antica Roma svolti sotto un “contradditorio” sole scuro. Essa è solo una delle tante sequenze di una potenza iconica incredibile, frutto di un lavoro spettacolare e di una visione del cinema come di un mezzo potente in grado di comunicare attraverso la forma che diventa sostanza.
Dune ha tracciato un solco indelebile nel panorama fantascientifico del cinema post-moderno: un adattamento di un romanzo complesso da parte di un autore che è stato in grado di mantenere il suo stile (autoriale, riflessivo, politico, religioso, sociologico) ma in grado di arrivare a tutti, come richiede la definizione di blockbuster.
In qualsiasi modo si svilupperanno progetti futuri, Dune rimarrà una saga monumentale di cui si parlerà a lungo e che merita certamente una degna conclusione nel capitolo conclusivo.
Di Simona Rurale