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EILEEN

RECENSIONE

EILEEN

​Si inizia a vedere un pattern stilistico molto chiaro dal secondo lungometraggio del regista William Oldroyd: l’esordio Lady Macbeth (2016) e la seconda opera Eileen, all’apparenza due opere dissimili, hanno in comune molto più di quel che sembra.

Due opere la cui forza risiede nel condensare in poco tempo una storia compatta e senza fronzoli, divagazioni o virtuosismi, attraverso un’atmosfera ben definita: nel caso di Eileen Oldroyd si rifà ai codici del noir classico, tra ossessioni, pulsioni represse e bionde femme fatale.
​
Eileen (Thomasin Mckenzie) lavora come segretaria in un riformatorio minorile, conduce una vita monotona e solo con la propria immaginazione riesce ad evadere attraverso frequenti fantasie sessuali. Dopo l’arrivo dell’affascinante psicologa Rebecca (Anne Hathaway) la sua vita troverà finalmente una svolta e forse solo attraverso il pericolo la ragazza si sentirà finalmente libera dalla propria “prigione”.
Picture
​Pulsioni e gabbie mentali e fisiche sono gli elementi per la ricetta perfetta che frequentemente il regista utilizza per costruire la tensione. Close-up sui volti, riprese da dietro le sbarre tra le griglie, spazi stretti e castranti, sono solo alcuni degli espedienti che il regista utilizza per parlare di repressione psicologica e fisica e di come questa trasformi le persone in mostri capaci di emanciparsi solo attraverso l’atto più brutale possibile.

Niente di più, niente di meno: un noir solido e compatto che riesce attraverso la scrittura (tratta dal romanzo di Ottessa Moshfegh che ha scritto anche la sceneggiatura) a partire dal classico per diventare moderno, toccando temi che riguardano figure femminili sfaccettate, tridimensionali (senza mai essere esplicite), misteriose e con quel tocco di necessaria morbosità.

​Di Simona Rurale

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