ANTEPRIMA NAZIONALE AL CINEMA DEL FILM Everything Everywhere all At Once
Everything Everywhere All at Once: letteralmente qualsiasi cosa, ovunque, tutto in una volta, non è semplicemente un film sul multiverso, è un’opera che cerca di evidenziare la bellezza e l’importanza della casualità della vita, e lo fa in maniera visionaria ed innovativa.
Daniel Kwan e Daniel Scheinert, o più semplicemente The Daniels, al loro secondo lungometraggio da coregisti dopo Swiss Army Man (2016), giocano con il linguaggio cinematografico, lo fanno narrativamente (vi divertirete a scovare le centinaia di citazioni, viaggiando in generi diametralmente opposti fra loro, dal cinema d’animazione firmato Pixar, alla nouvelle vague hongkonghese) ma lo fanno soprattutto formalmente. Il film lo fa capire immediatamente, l’entrata in scena di ogni personaggio è accompagnato da una regia e da effetti sonori sconnessi all’azione che compiono, il semplicissimo atto di lavare i propri indumenti in una lavanderia a gettoni, quella gestita dalla protagonista Evelyn Wang (Michelle Yeoh), diventa un atto estrapolabile da un film di John Woo, con una regia veloce ma mai confusa e un suono preponderante in ogni movimento compiuto in scena: dal rumore delle lavatrici in funzione, al tintinnio delle monete che vengono inserite, informando subito lo spettatore di star assistere ad un mondo non esattamente convenzionale, questo prima che gli universi si intreccino, dando vita alla follia visiva e meno filtrata della pellicola.
Everything Everywhere All at Once analizza il rapporto fra i componenti della famiglia Wang, partendo da un pretesto molto semplice: Evelyn non riesce a rivelare a suo padre Gong Gong (James Hong) che Becky (Tallie Medel) è la fidanzata di sua figlia Joy (Stephanie Hsu), avendo paura delle vedute conservatrici di suo padre, nel mentre un problema fiscale affligge l’attività di famiglia. Evelyn, accompagnata da suo marito Waymond (Jonathan Ke Quan) e da suo padre Gong Gong, si presenta per un controllo che si rivelerà altro che risolutivo da Deirdre (Jamie Lee Curtis). Qui Evelyn verrà proiettata nell’intreccio che coinvolge i più dispersivi universi immaginabili, e sarà lei l’incaricata alla salvaguardia di essi dalla minaccia di Jobu Tupaki e del suo bagel.
“C’è sempre qualcosa da amare. Anche in un universo stupido in cui abbiamo degli hot dog al posto delle dita, siamo diventate molto brave ad usare i nostri piedi”
Kwan e Scheinert mettono in scena tutta la loro creatività visiva e il loro talento registico in un’opera fortemente complessa da tenere a bada. Infatti i due non tentano nemmeno di mettere a guinzaglio la loro pellicola ma ne sprigionano tutta la sua forza creando immagini esilaranti e fortemente funzionali al concetto del film: la casualità. Basti pensare al collegamento fra un universo ed un altro che si ottiene compiendo un gesto assolutamente casuale, privo di senso: dall’urinarsi addosso, al tagliarsi la mano con un foglio di carta.
La pellicola, inoltre, vuole analizzare l’importanza del contesto e del doversi adattare alla realtà in cui si vive, cercando sempre di migliorare se stessi, e di non coprirsi dietro scudi preimpostati, accettarsi ed accettare chi si ha vicino, partendo dai propri cari.
Evelyn cerca di proteggersi accusando suo padre di non avere vedute moderne, ma è essa stessa a dover migliorare la propria attitudine verso il mondo, ed un esperienza attraverso ogni singolo universo esistente è ciò che probabilmente le serviva per aprire gli occhi sul suo di universo: la sua famiglia.
Di Saverio Lunare
Daniel Kwan e Daniel Scheinert, o più semplicemente The Daniels, al loro secondo lungometraggio da coregisti dopo Swiss Army Man (2016), giocano con il linguaggio cinematografico, lo fanno narrativamente (vi divertirete a scovare le centinaia di citazioni, viaggiando in generi diametralmente opposti fra loro, dal cinema d’animazione firmato Pixar, alla nouvelle vague hongkonghese) ma lo fanno soprattutto formalmente. Il film lo fa capire immediatamente, l’entrata in scena di ogni personaggio è accompagnato da una regia e da effetti sonori sconnessi all’azione che compiono, il semplicissimo atto di lavare i propri indumenti in una lavanderia a gettoni, quella gestita dalla protagonista Evelyn Wang (Michelle Yeoh), diventa un atto estrapolabile da un film di John Woo, con una regia veloce ma mai confusa e un suono preponderante in ogni movimento compiuto in scena: dal rumore delle lavatrici in funzione, al tintinnio delle monete che vengono inserite, informando subito lo spettatore di star assistere ad un mondo non esattamente convenzionale, questo prima che gli universi si intreccino, dando vita alla follia visiva e meno filtrata della pellicola.
Everything Everywhere All at Once analizza il rapporto fra i componenti della famiglia Wang, partendo da un pretesto molto semplice: Evelyn non riesce a rivelare a suo padre Gong Gong (James Hong) che Becky (Tallie Medel) è la fidanzata di sua figlia Joy (Stephanie Hsu), avendo paura delle vedute conservatrici di suo padre, nel mentre un problema fiscale affligge l’attività di famiglia. Evelyn, accompagnata da suo marito Waymond (Jonathan Ke Quan) e da suo padre Gong Gong, si presenta per un controllo che si rivelerà altro che risolutivo da Deirdre (Jamie Lee Curtis). Qui Evelyn verrà proiettata nell’intreccio che coinvolge i più dispersivi universi immaginabili, e sarà lei l’incaricata alla salvaguardia di essi dalla minaccia di Jobu Tupaki e del suo bagel.
“C’è sempre qualcosa da amare. Anche in un universo stupido in cui abbiamo degli hot dog al posto delle dita, siamo diventate molto brave ad usare i nostri piedi”
Kwan e Scheinert mettono in scena tutta la loro creatività visiva e il loro talento registico in un’opera fortemente complessa da tenere a bada. Infatti i due non tentano nemmeno di mettere a guinzaglio la loro pellicola ma ne sprigionano tutta la sua forza creando immagini esilaranti e fortemente funzionali al concetto del film: la casualità. Basti pensare al collegamento fra un universo ed un altro che si ottiene compiendo un gesto assolutamente casuale, privo di senso: dall’urinarsi addosso, al tagliarsi la mano con un foglio di carta.
La pellicola, inoltre, vuole analizzare l’importanza del contesto e del doversi adattare alla realtà in cui si vive, cercando sempre di migliorare se stessi, e di non coprirsi dietro scudi preimpostati, accettarsi ed accettare chi si ha vicino, partendo dai propri cari.
Evelyn cerca di proteggersi accusando suo padre di non avere vedute moderne, ma è essa stessa a dover migliorare la propria attitudine verso il mondo, ed un esperienza attraverso ogni singolo universo esistente è ciò che probabilmente le serviva per aprire gli occhi sul suo di universo: la sua famiglia.
Di Saverio Lunare