FINALMENTE L'ALBA
Roma 1953, la ventenne Mimosa (Rebecca Antonaci) proviene da una famiglia di umili origini ed è promessa sposa ad Angelo. Il cinema però è una valvola di distrazione in una vita monotona e già scritta, quando la ragazza accompagnerà la sorella ad un provino a Cinecittà verrà immediatamente notata dalla star Josephine Esperanto (Lily James).
Cosa la star internazionale Josephine veda in Mimosa non è dato saperlo: forse il viso perfetto per una giovane attrice, forse un barlume di verità in un mondo di maschere o forse semplicemente un divertimento temporaneo, un capriccio per una ricca annoiata. Rimane il fatto che la donna trascinerà con sé Mimosa nella tana del lupo: tra festini, droghe, ricchi viscidi ed eccessi, sullo sfondo di un Italia del ‘53 in cui il caso di cronaca nera di Wilma Montesi fa da specchio inquietante alla situazione di Mimosa.
Come Babylon, Finalmente l’alba cerca di tratteggiare il lato oscuro del cinema, descrivendo una borghesia perversa che però manca di sfumature nei caratteri. Se per Mimosa l’eccessiva passività agli eventi potrebbe essere giustificata dall’essere una ragazzina in un contesto più grande di lei, i personaggi secondari peccano di essere bidimensionali.
Cosa la star internazionale Josephine veda in Mimosa non è dato saperlo: forse il viso perfetto per una giovane attrice, forse un barlume di verità in un mondo di maschere o forse semplicemente un divertimento temporaneo, un capriccio per una ricca annoiata. Rimane il fatto che la donna trascinerà con sé Mimosa nella tana del lupo: tra festini, droghe, ricchi viscidi ed eccessi, sullo sfondo di un Italia del ‘53 in cui il caso di cronaca nera di Wilma Montesi fa da specchio inquietante alla situazione di Mimosa.
Come Babylon, Finalmente l’alba cerca di tratteggiare il lato oscuro del cinema, descrivendo una borghesia perversa che però manca di sfumature nei caratteri. Se per Mimosa l’eccessiva passività agli eventi potrebbe essere giustificata dall’essere una ragazzina in un contesto più grande di lei, i personaggi secondari peccano di essere bidimensionali.
Una su tutti, è il personaggio di Lily James: la diva stereotipata che non esce mai dal suo ruolo, perfida e manipolatrice sfrutta il suo potere divistico su Mimosa.
Il vero problema è che con un budget stellare, un cast internazionale e una storia sulla carta interessante, c’erano tutte le premesse per realizzare un film quantomeno con una direzione: il film funziona inizialmente, scricchiola nel mezzo (tra perdite di tempo che hanno fatto sì che nella versione cinematografica, rispetto a quella del Festival, fossero stati fatti dei tagli di venti minuti) e crolla sul finale, diventando retorico e inutilmente metaforico.
Seppur con qualche intuizione interessante (come il rapporto tra la diva e Mimosa per quanto concerne il doppio ribaltato tra maschera e persona, finzione e realtà) il risultato sembra un po’ troppo poco, per un film che aveva tutte le premesse giuste per essere di più.
Di Simona Rurale
Il vero problema è che con un budget stellare, un cast internazionale e una storia sulla carta interessante, c’erano tutte le premesse per realizzare un film quantomeno con una direzione: il film funziona inizialmente, scricchiola nel mezzo (tra perdite di tempo che hanno fatto sì che nella versione cinematografica, rispetto a quella del Festival, fossero stati fatti dei tagli di venti minuti) e crolla sul finale, diventando retorico e inutilmente metaforico.
Seppur con qualche intuizione interessante (come il rapporto tra la diva e Mimosa per quanto concerne il doppio ribaltato tra maschera e persona, finzione e realtà) il risultato sembra un po’ troppo poco, per un film che aveva tutte le premesse giuste per essere di più.
Di Simona Rurale