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Quando si va a vedere un film di Robert Zemeckis al cinema, è indubbio che non si sappia mai cosa aspettarsi. Sin dai tempi migliori di Ritorno al futuro (1985) e Chi ha incastrato Roger Rabbit (1988), passando per i più classici e noti Forrest Gump (1994) e Cast Away (2000), arrivando alle sperimentazioni animate non sempre riuscitissime: Polar Express (2004), La leggenda di Beowulf (2007) e il migliore dei tre: A Christmas Carol (2009), è certo che il regista statunitense sia uno dei più poliedrici nel panorama cinematografico hollywoodiano. Dopo un periodo di flop e film deludenti (gli ultimi due sono Le streghe e Pinocchio), Zemeckis torna a sperimentare con la settima arte. Here riunisce la squadra di Forrest Gump (Tom Hanks e Robin Wright nel cast ed Eric Roth in sceneggiatura) e, come spesso accade con le sperimentazioni di Zemeckis, risulta un film più interessante che riuscito.

Un’unica inquadratura in un singolo posto: un pezzo di terra attraverso il tempo dalla Preistoria alla recente pandemia di Covid. In maniera non lineare, seguiamo vari personaggi che hanno abitato quell’angolo di suolo, soffermandoci specialmente sulla famiglia di Richard (Tom Hanks) e Margaret (Robin Writght), una normale famiglia americana media alle prese con la routine giornaliera, tra momenti di gioia e avvenimenti drammatici.
Picture
Here vive della sua teoria meta-cinematografica: l’inquadratura fissa viene ritagliata da tante piccole inquadrature interne che fanno da transizione da un periodo storico a un altro. Un’analisi sulla manipolazione del tempo e dello spazio, su come un regista possa sempre decidere quale porzione di spazio e tempo mettere in scena, su cosa soffermare il suo sguardo e su cosa no.

Se nella prima parte lo scorrere del tempo viene messo in scena con l’oggettistica, soffermandosi sull’avanzamento tecnologico, nella seconda il passare degli anni viene analizzato attraverso le persone, il loro deperimento fisico e mentale, e i loro rapporti interpersonali. Questo cambiamento è sicuramente la cosa più interessante sotto il punto di vista narrativo, aspetto che conta poco nel film di Zemeckis. Here non è un’analisi storica o sentimentale sull’essere umano, è piuttosto un’analisi dell’inquadratura come metodo per catturare il tempo, in una concezione primordiale (e probabilmente già vista) dello scatto fotografico e dell’importanza del ricordo.

In Here tutto ha una fine, che sia fisica o mentale, che sia un rapporto o un oggetto, tutto ruota attorno allo scadere del tempo, così come la storia stessa scade nel presente, nel momento in cui sta avvenendo qualcosa di nuovo. Tutto questo risulta molto affascinante, in un film che pecca del suo essere esclusivamente teorico, ma che si innesta perfettamente nel percorso cinematografico di un grandissimo regista come Robert Zemeckis.

Di Saverio Lunare

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