Addiction Cinema
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
  • Home
  • I migliori film dell'anno
  • Sostieni Addiction Cinema
  • FESTIVAL DEL CINEMA DI VENEZIA
  • Biografilm Festival
  • Il Cinema Ritrovato
  • RASSEGNA BUIO
Search by typing & pressing enter

YOUR CART

HOLY SHOES

RECENSIONE

HOLY SHOES

​Holy Shoes - storie di oggetti e di anime è il primissimo film di Luigi Di Capua. Quanto la nostra identità cambia in base agli oggetti che ostentiamo e quanto, invece, ne risente la nostra anima? Siamo ciò che indossiamo e che ci fa sentire parte di uno status symbol o c’è di più?
​
Luigi Di Capua se lo chiede attraverso una narrazione corale che passa per più generazioni: dal ragazzino quattordicenne disposto a tutto pur di comprare un paio di scarpe Typo3 per fare colpo sulla sua fidanzatina (alla modica cifra di 800 euro), alla ragazza adolescente bisognosa di fare soldi veloci, all’adulto reseller di sneakers disposto a truffare la gente, fino ad arrivare alla donna di mezza età sessualmente frustrata che ritrova sé stessa attraverso un paio di tacchi.
Picture
​Ogni storia ha come denominatore comune l’inganno del consumismo, quello di farci credere di essere migliori attraverso gli oggetti che mostriamo: un tema che nel cinema italiano si rivela essere abbastanza nuovo e coerente con i tempi che corrono. E se il tema trattato fa centro nel cristallizzare un sentimento comune, anche lo stile registico di Di Capua riesce ad enfatizzarlo, attraverso un montaggio post-moderno che sembra voler andare più veloce della stessa narrazione, nel senso che anticipa di qualche minuto momenti per poi tornare indietro, in un montaggio alternato straniante tra presente e futuro. Anche la regia non è da meno, supportata da una colonna sonora incalzante, a volte pecca di qualche virtuosismo di troppo che si perdona facilmente, consegnando infine un film di ottima fattura.

Colmare il dolore attraverso gli oggetti, distorcere la nostra realtà attraverso il consumo e convincerci di essere migliori, ricercare la nostra identità nei posti sbagliati, desiderare ciò che non possiamo avere: desideri che sicuramente attraverso i social si sono ampliati e sono cresciuti esponenzialmente. Per questo Di Capua dirige un film che per essere un’opera prima soddisfa e stupisce non solo per i temi ma anche e soprattutto per uno stile personale che fa sperare in un’opera futura in cui inquadrare ancora meglio uno stile fresco e moderno già ben delineato.

​Di Simona Rurale

Email

[email protected]