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HOLY SPIDER 

RECENSIONE

HOLY SPIDER - LE VIE DEL CINEMA 2022

Ali Abbasi firma il suo terzo lungometraggio dopo Shelley (2016) ed il vincitore del premio Un Certain Regard alla 71ª edizione del festival del cinema di Cannes: Border (2018)
Ed è proprio alla 75ª edizione del festival francese, ma questa volta in concorso ufficiale, che il regista iraniano (naturalizzato danese) presenta la sua ultima opera: Holy Spider.

Rahimi, intrerpretata da una meravigliosa Zahra Amir Ebrahimi (ruolo che le è valsa il premio come migliore attrice), è una giornalista che sbarca da Teheran nella città religiosa di Mashhad per indagare e documentare gli omicidi dell’ “Assassino Ragno”, un serial killer che colpisce le donne che si prostituiscono tra le strade della città iraniana.
Il film è basato su fatti realmente accaduti tra il 2000 e il 2001: Saeed Hanaei aveva la fervida idea di ripulire la città di Mashhad dalle donne peccatrici, compiendo, a detta del killer, una missione per conto di Allah.
Saeed (interpretato da Mehdi Bajestani) appare in scena sin dai primi minuti, eliminando allo spettatore quella attesa, quasi voyeristica, di scoprire lentamente il volto del killer, creandosi nella mente possibili ipotesi e teorie sull’identità del colpevole.
Abbasi non ha alcuna intenzione di creare un giallo classico, cancella il “plot” narrativo, rivela tutto allo spettatore e nulla ai personaggi, abbracciando perfettamente la teoria hitchcockiana sulla suspence.
L’opera è travolgente, il regista alterna le sequenze di omicidi a quelle delle indagini da parte di Rahimi cercando di analizzare due facce della stessa medaglia dell’Iran. La discriminazione che la giornalista riceve nell’ambito lavorativo in quanto donna è solo una fase pregressa della missione che Saeed vuole portare a termine, il femminicidio è una conseguenza del comportamento maschile nei confronti di Rahimi. Ella  non può soggiornare nell’albergo in quanto donna sola, non è libera di mostrare i capelli o fumare davanti a uomini ed è conosciuta per aver avuto “un’avventura” con il suo ex redattore (in realtà la donna è stata vittima di abuso).
Il discorso è affrontato soprattutto tramite l’opinione pubblica della popolazione di Mashhad, che prende netta posizione favorevole nei confronti di Saeed, lo idolatrano, lo rendono un eroe del popolo che non ha commesso nessun peccato, il suo intento è ben accetto, la gente è felice di vedere la città ripulita dalla peccaminosità delle donne viziose e impure.
Il killer viene analizzato da Abbasi anche nella sua apparente normalità: lo vediamo giocare con la sua famiglia, lavorare, occupare mansioni banali durante la giornata. Mentre la notte si trasforma nell’assassino qual è, nascondendosi nel buio, dove il suo fanatismo religioso e la sua misoginia può risalire e riprendere il suo vigore limitato dalla luce del giorno.

“Ogni uomo incontrerà ciò che desidera evitare”

Il film risulta drammaticamente attuale dopo i recenti avvenimenti. L’omicidio da parte della polizia ai danni della ventiduenne Mahsa Amiri, uccisa perché non indossava correttamente il velo, riapre uno squarcio enorme nella Nazione, non distante da quello creato da Saeed Hanaei venti anni fa. Ferita che l’Iran non riesce mai a ricucire, anzi la dilata, ci affonda la mano, ci cosparge del sale e la rende sempre più dolorosa.
Le condanne ai registi Mohammad Rasoulof, Jafar Panahi e Mostafa Al-Ahmad, rei di propaganda sovversiva, aumentano il valore dell’opera di Abbasi, che proprio come nel film Il Cerchio (2000) di Jafar Panahi, abbraccia la sovversione e l’importanza di essa, l’importanza del ruolo che un regista può avere. Loro possono far aprire le coscienze umane, possono far conoscere al pubblico su larga scala avvenimenti esplicativi per la storia del proprio Paese, e Abbasi lo fa con il cinema di genere, risultando diretto allo sguardo dello spettatore.

Un capolavoro.


Di Saverio Lunare.

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