HORS DU TEMPS - SPECIALE BIOGRAFILM 2024
Anche Olivier Assayas ha fatto il film su se stesso. Probabilmente l’autobiografia o l’autorappresentazione di se è uno dei temi cinematografici più in voga, con una sfilza di autori che hanno deciso di autorappresentarsi attraverso l’utilizzo di un alter ego cinematografico.
Il regista francese ha deciso di ambientare il film su se stesso durante il periodo più collettivo del nuovo millennio: il lockdown, creando da subito un interessante paradosso.
Durante il lockdown per coronavirus Etienne (Vincent Macaigne), che in realtà è Assayas in tutto per tutto, sia lavorativamente che nella vita privata; decide di condividere la casa d’infanzia con suo fratello e le rispettive compagne.
I comportamenti che si instaurano tra i quattro sono esattamente quelli che ognuno di noi ha vissuto durante il primo periodo pandemico: c’è chi è più fatalista e drammatico (Etienne) e chi è meno preoccupato, convinto che si stia facendo del terrorismo mediatico (suo fratello Paul), dissidi e opinioni che hanno il potere di immedesimare lo spettatore nel racconto: tutti abbiamo svolto i colloqui su Zoom o ci siamo sfregati le mani con acqua e sapone come mai avevamo fatto prima.
L'immedesimazione è un punto focalizzante nei film autobiografici, che spesso rischiano di essere soltanto dei autocompiaciuti ego-film, ma che quando riescono a vibrare le corde personali di ognuno di noi si elevano ad opere più interessanti.
Il regista francese ha deciso di ambientare il film su se stesso durante il periodo più collettivo del nuovo millennio: il lockdown, creando da subito un interessante paradosso.
Durante il lockdown per coronavirus Etienne (Vincent Macaigne), che in realtà è Assayas in tutto per tutto, sia lavorativamente che nella vita privata; decide di condividere la casa d’infanzia con suo fratello e le rispettive compagne.
I comportamenti che si instaurano tra i quattro sono esattamente quelli che ognuno di noi ha vissuto durante il primo periodo pandemico: c’è chi è più fatalista e drammatico (Etienne) e chi è meno preoccupato, convinto che si stia facendo del terrorismo mediatico (suo fratello Paul), dissidi e opinioni che hanno il potere di immedesimare lo spettatore nel racconto: tutti abbiamo svolto i colloqui su Zoom o ci siamo sfregati le mani con acqua e sapone come mai avevamo fatto prima.
L'immedesimazione è un punto focalizzante nei film autobiografici, che spesso rischiano di essere soltanto dei autocompiaciuti ego-film, ma che quando riescono a vibrare le corde personali di ognuno di noi si elevano ad opere più interessanti.
Hors du temps in questo ricorda Il libro delle soluzioni (2023) diretto da Michel Gondry, connazionale di Assayas. Anche in Gondry il film autoreferenziale riesce ad essere il meno “ego” possibile grazie ad un divertentissimo racconto sulla creazione artistica; qui è presente un racconto sulla sopravvivenza pandemica, meno divertente, ma lo stesso efficace.
Assayas è presente nella pellicola anche attraverso la propria voce, che attraverso un utilizzo godardiano di sovrapposizione d’immagini accompagnate dal voice-over, analizza alcuni passaggi della propria vita e di quella dei propri familiari: scatti fatti alla prima fidanzata, racconti di opere d’arte che hanno ispirato i vecchi film del regista, storie di familiari che non hanno avuto la lungimiranza imprenditoriale di capire quanto valga un quadro di Modigliani. La morbidezza di Hors du temps permette queste intrusioni del regista senza che il racconto ne risenta, inserti che non risultano mai forzati o inutili.
Il regista non è nuovo a racconti fatti di lontananza fisica, lo splendido Personal Shopper (2016) raccontava il rapporto fraterno attraverso la mancanza, utilizzando il fantasmatico in modo rivoluzionario. In Hors du temps la lontananza è collettiva, il piccolo nucleo di Etienne (che poi è di Olivier) è distante dal resto del mondo e ad Etienne questa lontananza non dispiace affatto, sentendosi in un tempo sospeso impensabile prima del lockdown, un sentimento forte ma che Assayas è in grado di mettere in scena con assoluta sincerità, evitando (per fortuna) di realizzare l’ennesimo, inutile, ego-film che tanto va forte nella cinematografia moderna.
Di Saverio Lunare
Assayas è presente nella pellicola anche attraverso la propria voce, che attraverso un utilizzo godardiano di sovrapposizione d’immagini accompagnate dal voice-over, analizza alcuni passaggi della propria vita e di quella dei propri familiari: scatti fatti alla prima fidanzata, racconti di opere d’arte che hanno ispirato i vecchi film del regista, storie di familiari che non hanno avuto la lungimiranza imprenditoriale di capire quanto valga un quadro di Modigliani. La morbidezza di Hors du temps permette queste intrusioni del regista senza che il racconto ne risenta, inserti che non risultano mai forzati o inutili.
Il regista non è nuovo a racconti fatti di lontananza fisica, lo splendido Personal Shopper (2016) raccontava il rapporto fraterno attraverso la mancanza, utilizzando il fantasmatico in modo rivoluzionario. In Hors du temps la lontananza è collettiva, il piccolo nucleo di Etienne (che poi è di Olivier) è distante dal resto del mondo e ad Etienne questa lontananza non dispiace affatto, sentendosi in un tempo sospeso impensabile prima del lockdown, un sentimento forte ma che Assayas è in grado di mettere in scena con assoluta sincerità, evitando (per fortuna) di realizzare l’ennesimo, inutile, ego-film che tanto va forte nella cinematografia moderna.
Di Saverio Lunare