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IL CIELO BRUCIA

RECENSIONE

il cielo brucia

Alla domanda di Paula Beer “ma come posso innamorarmi di uno stronzo”? Christian Petzold le ha risposto “è uno stronzo disperato, e il cinema ama i disperati”

Al termine dell’anteprima in quel di Bologna del suo nuovo film, il regista tedesco ha raccontato questa conversazione con l’attrice simbolo della sua ultima parte di carriera. Lo stronzo disperato è Leon (Thomas Schubert), e quella che si chiede come può invaghirsi di un uomo così è la grandiosa (ancora una volta) Paula Beer, che interpreta Nadja. I due devono condividere un appartamento privato ai pressi del Mar Baltico. Il primo sta lavorando al suo nuovo libro e insieme al suo amico Felix (Langston Uibel) ha deciso di concentrarsi in un luogo isolato rispetto alla più frenetica Berlino, Nadja invece lavora come gelataia e si sta godendo il soggiorno.

Una cosa è certa: il cinema di Petzold non è replicabile, non esistono registi in grado di cogliere le sensazioni umane come fa lui. Non importa la narrazione degli eventi, quella sì è molto classica, a fare la differenza è come il regista tedesco inquadra i corpi, gli sguardi, i desideri dei suoi protagonisti, cercando sempre di non accompagnare lo spettatore verso ciò che si aspetta o vuole. Ecco perché, tornando alle parole del regista: Nadja si innamora dello stronzo, anche se è davvero insopportabile, se mette al primo posto i suoi interessi prima di ogni cosa, anche se sottovaluta (errore madornale) Nadja, soltanto perché è una gelataia (e di letteratura cosa vuoi che ne capisca una che riempie coni e coppette?) Ma, Leon è si stronzo quanto disperato, e il cinema ama chi è reietto, chi non riesce ad esprimere ciò che prova e si preclude la felicità soltanto perché, da buon disperato, pensa che le cose per lui non andranno mai bene.
Picture
Petzold crea sin da subito un legame tra il giovane Leon e Nadja ma, con un magistrale utilizzo del fuori campo, Paula Beer ci viene sottratta, ascoltiamo i suoi passi e i suoi orgasmi mentre copula con Devid (Enno Trebs) il suo amante, osserviamo i suoi avanzi di lasagne cucinate e poste sulla tavola, ma non la vediamo per il primo quarto di film, così come non la vede Leon, che cerca di spiarla, di capire chi è questa giovane donna che tanto non le va a genio. Un manuale su come si costruisce un incontro, un desiderio, una voglia che viene inizialmente repressa dalle circostanze, e successivamente dai comportamenti umani.

Il piccolo villaggio sul Baltico è tempestato da continui incendi, per questo spostarsi da un punto ad un altro risulta difficoltoso, ciò non fa altro che isolare ancora di più i nostri protagonisti e se può sembrare una metafora molto semplice di ciò che i giovani provano all’interno è, ancora una volta, la regia di Petzold a ribaltare il cliché e a creare un altro personaggio fondamentale del suo film: l’esterno. I boschi infuocati, il mare di color cristallo, la cenere che cade dal cielo. Gli elementi naturali, così come in Undine (2020), diventano veri catalizzatori degli avvenimenti della pellicola, non fungono solo da contorno.

Il cielo sopra la testa di Leon e Nadja brucia, così come a bruciare è la voglia reciproca, ma che proprio come un incendio viene continuamente repressa. Perché innamorarsi di uno stronzo? Perché se quello stronzo è diretto da Christian Petzold viene sublimato, viene reso fulcro di uno sguardo sul desiderio che soltanto il regista tedesco può trasmettere.

​Di Saverio Lunare

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