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IL GUSTO DELLE COSE

RECENSIONE

IL GUSTO DELLE COSE

​La cucina come forma d’amore e altruismo: appagare i sensi dell’altro, curarsi dei minimi dettagli di ogni pietanza, prestare attenzione e minuziosità ad ogni gesto, assaporarne lentamente ogni boccone.

Trần Anh Hùng costruisce la sua opera (in gran parte) intorno al tavolo di una cucina nel 1885, dove Eugénie (Juliette Binoche), una grande cuoca, e Dodin Bouffant (Benoît Magimel), un rinomato gastronomo, consumano il loro amore, più che carnalmente, spiritualmente: attraverso la complicità, l’intesa, la profonda stima e ammirazione che provano l’uno nei confronti della magistralità dell’altro dietro i fornelli. Il piatto forte di Eugénie, come scopriremo guardando il film, nessun’altra donna sarà in grado di replicarlo perché, semplicemente, non esiste un’altra Eugénie.
​
Il gusto delle cose è un film poetico e, sotto questo punto di vista, squisitamente orientale: come in Perfect Days (Wim Wenders, 2023) Trần Anh Hùng esalta la bellezza della semplicità, rendendola estremamente profonda e stratificata, immergendoci in un film che rinuncia ad una trama vera e propria per privilegiare l’immersione sensoriale, spirituale ed ipnotica di quel che viene mostrato.
Picture
​La regia (giustamente vincitrice della 76ª edizione del Festival di Cannes) segue le movenze dei protagonisti esaltandone ogni accortezza, sinuosa la macchina da presa si muove in cucina mentre tagli di luce calda sembrano immergerti in un quadro pittorico multidimensionale, entro la quale ti sembra di poter percepire, toccare e addirittura, odorare ogni pietanza mostrata.

Sembra banale, ma la complessità dello scrivere di questo film sta proprio nella complessità di raccontare quello che a parole verrebbe sminuito, quello che il regista ti fa semplicemente vedere in una liturgia di sequenze lunghe tanto quanto basta per farti capire quanto i protagonisti siano alla ricerca di una perfezione ed equilibrio (in tavola e, come tutti, anche fuori).

Trần Anh Hùng ha realizzato un film radicale perché basato sulla ripetizione che diventa celebrazione-esaltazione del “gusto delle cose”, laddove queste “cose” non sono solo le prelibatezze in tavola ma anche e soprattutto ciò che unisce gli esseri umani. Banalmente, la cosa più semplice e complessa allo stesso tempo che è l’amore.

​Di Simona Rurale

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