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IL REGNO DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

RECENSIONE

IL REGNO DEL PIANETA DELLE SCIMMIE

​La sequenza migliore di Il regno del pianeta delle scimmie è nel primo vero incontro tra l’umano e la scimmia, quando il ribaltamento dei ruoli viene messo in scena attraverso l’umano che si comporta da animale e la scimmia da uomo: quest’ultima, addirittura, offre cibo per spirito caritatevole e giudica l’essere umano per il proprio spregevole odore.
Il resto del film purtroppo non riesce ad essere così interessante e nel trattare orwellianamente i regimi totalitari risulta semplicistico e già visto.
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Le scimmie hanno preso il sopravvento definitivo sugli essere umani. Cesare è ormai diventata una figura di culto per le nuove generazioni divise in colonie. Noa (Owen Teague) è una giovane scimmia che vive pacificamente nel suo clan, ma quando gli scagnozzi di Proximus (Kevin Durand), una scimmia desiderosa di imprimere la stessa influenza di Cesare, invadono e distruggono la colonia, Noa parte alla ricerca dei suoi compagni. Durante il viaggio incontrerà Raka (Peter Macon) un orango fedele al culto di Cesare e, soprattutto, Mae (Freya Allan) una giovane ragazza che sembrerebbe una delle ultime superstiti umane intelligenti.
Picture
Il problema principale del film di Wes Ball è nella costruzione dei rapporti e nella mancanza di immagini memorabili. La vecchia trilogia fondava la sua forza su questi aspetti; il rapporto tra Cesare e l’umano che lo ha accudito e successivamente il legame tra la scimmia e i suoi simili erano descritti con una forza empatica sorprendente, in quest’ultimo capitolo (il primo di una nuova trilogia) quella forza non viene mai percepita. Diventa un problema in quanto il film cerca di instaurare una moltitudine di legami: scimmia/scimmia, scimmia/umano e scimmia/aquila, ma nessuno di questi riesce a trasmettere l’empatia necessaria per catturare lo spettatore.

Se nell’Alba del pianeta delle scimmie (Rupert Wyatt, 2011) la sequenza in cui per la prima volta Cesare pronuncia una parola del nostro vocabolario consensualmente è entrata nell’immaginario collettivo, grazie alla sua forza scenica; così come nel secondo capitolo: Apes Revolution - Il pianeta delle scimmie (Matt Reeves, 2014) ha fatto la sequenza in cui Cesare uccide la sua scimmia rivale, rompendo un diktat fondamentale nella convivenza della nuova specie, qui non è presente alcuna scena memorabile, nessuna che lo spettatore si ricorderà facilmente, e nel tentativo di costruire una nuova trilogia su questo primo capitolo è una mancanza imperdonabile.
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Il regno del pianeta delle scimmie ha delle intuizioni intriganti (in primis la figura di Cesare, divenuta un moderno Cristo per le generazioni future e il sovvertimento dei ruoli umano/animale) ma non riescono da sole a sostenere l’intera pellicola che fallisce là dove la vecchia trilogia basava la sua forza: i rapporti e le immagini.

​Di Saverio Lunare


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