IL SUGNORE DELLE FORMICHE
In concorso alla 79ª edizione del Festival del cinema di Venezia, l’ultima opera firmata Gianni Amelio tenta di ricostruire il processo ai danni dello scrittore emiliano Aldo Braibanti (interpretato da Luigi Lo Cascio) accusato di plagio.
La pellicola sembra dividersi in due parti nette: la prima cerca di tracciare la vita e le attività del poeta nella sua Emilia, la seconda si basa molto più sul processo avvenuto in quel di Roma.
Il film non convince, gli scambi recitativi, i dialoghi e le interpretazioni sembrano voler forzare e rimarcare volutamente l’epoca del racconto (a cavallo fra gli anni ‘50 e la decade successiva) rivelandosi estremamente artificiosi e innaturali, problematiche visibili principalmente nella parte ambientata in Emilia.
L’entrata in scena del personaggio di Ennio (Elio Germano) giornalista che si occuperà del caso per l’Unità, dà una boccata d’aria all’intera pellicola, è indubbiamente il personaggio scritto meglio e quello con un’interpretazione più convincente.
La seconda parte dunque è la migliore, ma presenta delle problematiche anch’essa: lo squarcio, la ferita che questo caso ha causato nella Nazione non viene mai fatta percepire allo spettatore, Aldo Braibanti è stato penalmente perseguitato in quanto omosessuale, un’accusa mascherata dal reato di plagio (reso incostituzionale nel 1981), un caso di una gravità estrema, e che non vede lontana l’attualità del nostro Paese. il film non riesce mai a far percepire la durezza dell’avvenimento, nasconde le figure di potere e il contesto storico-sociale della Nazione, non viene mai menzionato chi è ai piani alti, causando in questo modo una privatizzazione del caso, un ridimensionamento della questione pubblica, mai analizzata effettivamente dal film.
Sembra dunque un’opera che non smuove alcuna coscienza, la mancanza di durezza si percepisce per l’intera durata del film ed è il suo difetto maggiore, oltre alle interpretazioni forzate e mai del tutto positive (specialmente dei personaggi non primari) e i dialoghi assolutamente innaturali e fortemente scenici, una sorta di competizione a chi recita la frase più ad effetto, lo slogan migliore.
Amelio dopo aver centrato l’obiettivo con la sua precedente opera “Hammamet” dotato di quella spregiudicatezza di cui “Il Signore delle Formiche” avrebbe avuto necessario bisogno, qui arranca in un’opera che sbatte sulla mancata spietatezza.
di Saverio Lunare
La pellicola sembra dividersi in due parti nette: la prima cerca di tracciare la vita e le attività del poeta nella sua Emilia, la seconda si basa molto più sul processo avvenuto in quel di Roma.
Il film non convince, gli scambi recitativi, i dialoghi e le interpretazioni sembrano voler forzare e rimarcare volutamente l’epoca del racconto (a cavallo fra gli anni ‘50 e la decade successiva) rivelandosi estremamente artificiosi e innaturali, problematiche visibili principalmente nella parte ambientata in Emilia.
L’entrata in scena del personaggio di Ennio (Elio Germano) giornalista che si occuperà del caso per l’Unità, dà una boccata d’aria all’intera pellicola, è indubbiamente il personaggio scritto meglio e quello con un’interpretazione più convincente.
La seconda parte dunque è la migliore, ma presenta delle problematiche anch’essa: lo squarcio, la ferita che questo caso ha causato nella Nazione non viene mai fatta percepire allo spettatore, Aldo Braibanti è stato penalmente perseguitato in quanto omosessuale, un’accusa mascherata dal reato di plagio (reso incostituzionale nel 1981), un caso di una gravità estrema, e che non vede lontana l’attualità del nostro Paese. il film non riesce mai a far percepire la durezza dell’avvenimento, nasconde le figure di potere e il contesto storico-sociale della Nazione, non viene mai menzionato chi è ai piani alti, causando in questo modo una privatizzazione del caso, un ridimensionamento della questione pubblica, mai analizzata effettivamente dal film.
Sembra dunque un’opera che non smuove alcuna coscienza, la mancanza di durezza si percepisce per l’intera durata del film ed è il suo difetto maggiore, oltre alle interpretazioni forzate e mai del tutto positive (specialmente dei personaggi non primari) e i dialoghi assolutamente innaturali e fortemente scenici, una sorta di competizione a chi recita la frase più ad effetto, lo slogan migliore.
Amelio dopo aver centrato l’obiettivo con la sua precedente opera “Hammamet” dotato di quella spregiudicatezza di cui “Il Signore delle Formiche” avrebbe avuto necessario bisogno, qui arranca in un’opera che sbatte sulla mancata spietatezza.
di Saverio Lunare