KILLERS OF THE FLOWER MOON
Ancora una volta Martin Scorsese indaga sulla nascita degli Stati Uniti d’America, sul sangue che è stato versato e sulla sofferenza dei popoli che erano presenti dal principio su quel territorio, lo stesso territorio che ora è al centro del mondo, ma che non ha mai espiato i genocidi compiuti e le atrocità commesse. Il regista newyorkese, ancora una volta, prende una forte posizione politica, ed è incredibile come da oltre cinquant’anni riesca a dare un senso continuo al proprio cinema.
Nonostante pellicole diversissime tra loro, una cosa è certa nel cinema di Martin Scorsese: l’America è sangue, che siano i mafiosi italoamericani, i reduci di guerra del Vietnam, le gang newyorkesi di immigrati europei o i bianchi che sfruttano il popolo Osage per arricchirsi, gli USA sono nati, cresciuti e si sono affermati grazie alle morti altrui.
1920, nel territorio della tribù Osage in Oklahoma avvengono strani omicidi nei confronti dei nativi americani dopo la scoperta di ricche forniture petrolifere. Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) arriva in Oklahoma e sfruttando l’importanza sociale di suo zio William King Hale (Robert De Niro) cerca di farsi strada nella tribù sposando Mollie (Lily Gladstone) Osage purosangue. Ma dopo il matrimonio tra i due gli omicidi aumentano e la comunità Osage non può far altro che rivolgersi ai vertici di Washington che invia il Bureau of Investigation per indagare su questo sanguinoso caso.
Nonostante pellicole diversissime tra loro, una cosa è certa nel cinema di Martin Scorsese: l’America è sangue, che siano i mafiosi italoamericani, i reduci di guerra del Vietnam, le gang newyorkesi di immigrati europei o i bianchi che sfruttano il popolo Osage per arricchirsi, gli USA sono nati, cresciuti e si sono affermati grazie alle morti altrui.
1920, nel territorio della tribù Osage in Oklahoma avvengono strani omicidi nei confronti dei nativi americani dopo la scoperta di ricche forniture petrolifere. Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio) arriva in Oklahoma e sfruttando l’importanza sociale di suo zio William King Hale (Robert De Niro) cerca di farsi strada nella tribù sposando Mollie (Lily Gladstone) Osage purosangue. Ma dopo il matrimonio tra i due gli omicidi aumentano e la comunità Osage non può far altro che rivolgersi ai vertici di Washington che invia il Bureau of Investigation per indagare su questo sanguinoso caso.
Se in Silence (2016) l’anticolonialismo era aggressivo, con il popolo giapponese indomabile e con l’occidentale che pagherà a proprie spese questa indomabilità, in Killers of the Flower Moon il popolo Osage è sfruttato dal principio. Sin dalla nascita dell’America i nativi vengono sterminati, sin dalla colonizzazione da parte degli europei è avvenuto un genocidio.
Nonostante siano passati cinque secoli, gli statunitensi non hanno smesso di sottomettere il popolo indiano, sfruttando il loro territorio per arricchirsi, uccidendo chiunque si frapponesse tra il potere e l’uomo bianco. Martin Scorsese centralizza il suo racconto in un avvenimento limitato, non disperde mai i 206 minuti della pellicola. Ha una storia da raccontare, una storia esemplare per descrivere la colonizzazione violenta degli americani, e la porta fino al termine, creando un incredibile opera d’inchiesta.
Killers of the Flower Moon è un atto politico (quale film di Scorsese effettivamente non lo è?) e si pone come fulcro di una cultura, di una comunità. Perché Martin Scorsese chiede scusa, chiede scusa in quanto americano, chiede scusa perché quelle vittime non sono state mai menzionate nemmeno sulla tomba di Mollie, e perché il popolo Osage non ha mai avuto giustizia per le atrocità subite.
Martin Scorsese ci mette la faccia (letteralmente) e attraverso ciò che sa fare meglio, il cinema, denuncia il proprio Paese, creando un film che può e deve diventare un emblema, un simbolo politico, una rivendicazione di ciò che è stata la storia.
Di Saverio Lunare
Nonostante siano passati cinque secoli, gli statunitensi non hanno smesso di sottomettere il popolo indiano, sfruttando il loro territorio per arricchirsi, uccidendo chiunque si frapponesse tra il potere e l’uomo bianco. Martin Scorsese centralizza il suo racconto in un avvenimento limitato, non disperde mai i 206 minuti della pellicola. Ha una storia da raccontare, una storia esemplare per descrivere la colonizzazione violenta degli americani, e la porta fino al termine, creando un incredibile opera d’inchiesta.
Killers of the Flower Moon è un atto politico (quale film di Scorsese effettivamente non lo è?) e si pone come fulcro di una cultura, di una comunità. Perché Martin Scorsese chiede scusa, chiede scusa in quanto americano, chiede scusa perché quelle vittime non sono state mai menzionate nemmeno sulla tomba di Mollie, e perché il popolo Osage non ha mai avuto giustizia per le atrocità subite.
Martin Scorsese ci mette la faccia (letteralmente) e attraverso ciò che sa fare meglio, il cinema, denuncia il proprio Paese, creando un film che può e deve diventare un emblema, un simbolo politico, una rivendicazione di ciò che è stata la storia.
Di Saverio Lunare