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LA SOCIETÀ DELLA NEVE

RECENSIONE

LA sociedad de la nieve

Visto il tema delicato è notevole come, trattando eventi realmente accaduti, seguendo pedissequamente i fatti senza tralasciare i più piccoli dettagli, si possa realizzare un film come La società delle neve: rispettoso ma allo stesso tempo esaltante, mai morboso ma spietatamente crudo, non estetizzante ma in grado, tramite il mezzo, di amplificare le emozioni e farle arrivare dritte al pubblico.
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Sì perché La società della neve nasce dalla mente di J. A. Bayona, regista che nel genere si muove da anni, tra film d’azione (Jurassic World - Il regno distrutto) horror e fantasy (The Orphanage e A Monster Calls). In quest’ultima opera il regista, seppur trattando fatti reali che sembrerebbero distanziarsi dai mondi fantastici che predilige, mantiene il suo stile, rendendo il paesaggio innevato il protagonista del film e descrivendolo (come se fosse un film di fantascienza) come un deserto bianco di un pianeta alieno sulla quale un aereo si è schiantato e sulla quale è impossibile sopravvivere.
Picture
Miracolo? E questo sarebbe un miracolo? Tragedia o miracolo? I 16 passeggeri del volo 571, sopravvissuti per 72 giorni nel luogo più inospitale del mondo saranno destinati a convivere con questo quesito. I valori morali, etici e religiosi valgono quando l’unica cosa a cui ti puoi aggrappare è la vita? Dove finisce la fede? Chi eravamo su quella montagna? Si chiede la voce (narrante) di uno dei ragazzi. Sono tutte domande a cui non c’è risposta.

Bayona scava nella psiche dei superstiti evitando un approccio storico-documentaristico, privilegiando la via più “cinematografica” possibile, quella nella quale noi non siamo solo spettatori ma diventiamo l’ennesimo passeggero dell’aereo. Sentiamo la fratellanza che si instaura nel gruppo, sentiamo il freddo delle temperature glaciali della notte, sentiamo il dolore della morte dei compagni e il dilemma morale nelle decisioni più disumane per nutrirsi. Bayona non indugia sugli atti più estremi che i sopravvissuti hanno dovuto compiere, si concentra piuttosto sui loro occhi stanchi e stremati, sulle loro bocche che faticano muoversi, sul cambiamento psicologico che l’uomo può compiere in situazioni così estreme.
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Chi eravamo su quella montagna? Forse la risposta è, soltanto umani. Umani in un luogo in cui si è compiuta una tragedia ed insieme un miracolo.

Di Simona Rurale

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