LIMONOV
Rivoluzionario anarchico o servo del potere? Sublime poeta o squallido maggiordomo? La parabola di Eduard Limonov raccontata da Kirill Serebrennikov è fatta di contraddizioni e ipocrisie, tra la patria mai rinnegata e un occidente da conquistare. Ma chi non sa muoversi nel capitalismo avrà vita difficile nell’Ovest post seconda guerra mondiale e a risaltare non saranno le capacità artistiche di un uomo dell’Est, a risaltare sarà la sua inadeguatezza.
Eduard Limonov (Ben Whisaw) è un poeta sovietico che lavora in una fabbrica di Charkiv, frequentando piccoli letterati del posto l’uomo è convinto che Charkiv non è la città adatta per esprimere il proprio essere. La prima tappa è Mosca, dove incontra Elena (Viktoriya Miroshnichen), giovane modella russa che conquisterà scrivendo il suo nome con il sangue delle proprie vene sulla parete di casa.
Ma la Russia non è pronta per Limonov (o almeno secondo il poeta). Eduard richiederà un esilio in Occidente, così inizierà la sua avventura a New York prima e in Francia poi, prima del grande ritorno in patria come sovversivo politico.
Tratto dal libro di Emmanuel Carrère (che è presente in un divertente cameo), la vita di Eduard Limonov non è difficile associarla (con le dovute proporzioni) a quella di Kirill Serebrennikov. Il regista russo perseguitato in patria, divenuto popolare in Europa grazie alle sue incredibili opere, da Parola di Dio (2016) a Summer (2018), passando per Petrov’s Flu (2021) e La moglie di Tchaikovsky (2022), tutti film presentati a Cannes (così come Limonov), una conferma dell’apprezzamento da parte del circuito festivaliero europeo nei confronti del regista.
Eduard Limonov (Ben Whisaw) è un poeta sovietico che lavora in una fabbrica di Charkiv, frequentando piccoli letterati del posto l’uomo è convinto che Charkiv non è la città adatta per esprimere il proprio essere. La prima tappa è Mosca, dove incontra Elena (Viktoriya Miroshnichen), giovane modella russa che conquisterà scrivendo il suo nome con il sangue delle proprie vene sulla parete di casa.
Ma la Russia non è pronta per Limonov (o almeno secondo il poeta). Eduard richiederà un esilio in Occidente, così inizierà la sua avventura a New York prima e in Francia poi, prima del grande ritorno in patria come sovversivo politico.
Tratto dal libro di Emmanuel Carrère (che è presente in un divertente cameo), la vita di Eduard Limonov non è difficile associarla (con le dovute proporzioni) a quella di Kirill Serebrennikov. Il regista russo perseguitato in patria, divenuto popolare in Europa grazie alle sue incredibili opere, da Parola di Dio (2016) a Summer (2018), passando per Petrov’s Flu (2021) e La moglie di Tchaikovsky (2022), tutti film presentati a Cannes (così come Limonov), una conferma dell’apprezzamento da parte del circuito festivaliero europeo nei confronti del regista.
In Limonov non soltanto omaggia il poeta scomparso nel 2020, ma in parte analizza anche la sua parabola, quella di esiliato (e per Serebrennikov l’esilio si trasmuta in opportunità, un’idea tanto forte quanto rischiosa) e di artista. Con una forma anarchica, Limonov vive di eccezionali sequenze che sono rappresentative di un modo di essere. Una su tutte quella in cui Eduard discute i commenti ricevuti da Baryšnikov, famoso coreografo e ballerino russo naturalizzato statunitense, con entusiasmo: “Lui è solo un altro Russo” dice Baryšnikov “Adoro questa risposta, si esatto sono solo un altro russo” commenta Limonov; sembra quasi che Serebennikov stia parlando di se e lo stia facendo a suo modo, nella maniera più punk possibile.
Punk non è soltanto l’atteggiamento di Serebrennikov nel definire Limonov e se stesso, è anche lo stile del film. Eduard muore a metà della pellicola, una morte artistica metaforica che viene mostrata attraverso una fucilazione, risorgendo sotto un’altra veste, quella da schiavo. Quante idee, quanta vitalità in un film squilibrato, folle, pericoloso ma che non si può far altro che amare per lo spirito e l’anarchia, non soltanto di Eduard Limonov ma soprattutto di Kirill Serebrennikov.
Di Saverio Lunare
Punk non è soltanto l’atteggiamento di Serebrennikov nel definire Limonov e se stesso, è anche lo stile del film. Eduard muore a metà della pellicola, una morte artistica metaforica che viene mostrata attraverso una fucilazione, risorgendo sotto un’altra veste, quella da schiavo. Quante idee, quanta vitalità in un film squilibrato, folle, pericoloso ma che non si può far altro che amare per lo spirito e l’anarchia, non soltanto di Eduard Limonov ma soprattutto di Kirill Serebrennikov.
Di Saverio Lunare