LONGLEGS
Osgood Perkins ha riportato l’horror al suo stato primordiale. A volte non serve costruire artificiose soluzioni per spaventare, spesso basta giocare con le sensazioni insite nell’essere umano, e con le paure più basilari come il terrore del proprio passato o l’insicurezza nei confronti di chi ti sta accanto. Longlegs fa questo e lo fa molto bene, se poi si unisce la primordialità della paura all’eleganza formale del suo autore, il risultato non può che essere vincente.
Per metà è un thriller poliziesco, di quelli ad incastri e soluzioni, in cui la nuova e giovane agente dell’FBI (Maika Monroe) è un passo avanti rispetto ai suoi più attempati e meno brillanti colleghi. La seconda parte si trasforma in un puro horror capace di contrapporre lo stilema più classico del mondo: l’innocenza al male. Ed è così che il soggetto delle indagini: il possibile serial killer che si firma come Longlegs (Nicolas Cage) si scoprirà essere qualcosa di più di un semplice assassino.
Cosa fare quando il tramite per collegare il mondo terreno a quello sovrannaturale è l’essere più apparentemente innocente, quello su cui nessuno sospetterebbe mai e che abbiamo sempre avuto accanto? Su questo si basa la paura in Longlegs, più che sull’aspetto appariscente di Cage. Il film di Perkins fonda la sua storia su sensazioni riconducibili a quelle delle fiabe classiche, non a caso il penultimo film del regista figlio d’arte è Gretel & Hansel (2020) una reinterpretazione orrorifica del racconto dei fratelli Grimm (già di suo con elementi spaventosi). Nella seconda parte Longlegs abbraccia il linguaggio favolistico, contrapposto al racconto d’indagini della prima (riconducibile più ad un classico Zodiac o Il silenzio degli innocenti) in cui l’oggetto del desiderio dello spettatore (Cage) è nascosto, per essere il protagonista della fiaba orrorifica nella seconda parte, attraverso una caratterizzazione da creatore del male (una specie di moderno terrificante Geppetto, altro punto di contatto con la favola).
Per metà è un thriller poliziesco, di quelli ad incastri e soluzioni, in cui la nuova e giovane agente dell’FBI (Maika Monroe) è un passo avanti rispetto ai suoi più attempati e meno brillanti colleghi. La seconda parte si trasforma in un puro horror capace di contrapporre lo stilema più classico del mondo: l’innocenza al male. Ed è così che il soggetto delle indagini: il possibile serial killer che si firma come Longlegs (Nicolas Cage) si scoprirà essere qualcosa di più di un semplice assassino.
Cosa fare quando il tramite per collegare il mondo terreno a quello sovrannaturale è l’essere più apparentemente innocente, quello su cui nessuno sospetterebbe mai e che abbiamo sempre avuto accanto? Su questo si basa la paura in Longlegs, più che sull’aspetto appariscente di Cage. Il film di Perkins fonda la sua storia su sensazioni riconducibili a quelle delle fiabe classiche, non a caso il penultimo film del regista figlio d’arte è Gretel & Hansel (2020) una reinterpretazione orrorifica del racconto dei fratelli Grimm (già di suo con elementi spaventosi). Nella seconda parte Longlegs abbraccia il linguaggio favolistico, contrapposto al racconto d’indagini della prima (riconducibile più ad un classico Zodiac o Il silenzio degli innocenti) in cui l’oggetto del desiderio dello spettatore (Cage) è nascosto, per essere il protagonista della fiaba orrorifica nella seconda parte, attraverso una caratterizzazione da creatore del male (una specie di moderno terrificante Geppetto, altro punto di contatto con la favola).
Certo, la struttura così imprevedibile può non soddisfare il palato di chi si aspettava un film che andava nella direzione presentata sin da subito. Ma è innegabile che Perkins sia riuscito nel suo intento (e non soltanto grazie ad una grande campagna pubblicitaria, come da molti supposto) ma, piuttosto, per merito di una grande capacità di riportare l’horror nel suo stato brado, quello di far paura attraverso il rapporto tra l’innocenza e il male, tra la fiaba e il racconto dell’orrore.
Di Saverio Lunare
Di Saverio Lunare