LOVE LIFE
"Love life" è il titolo di una canzone giapponese della cantate Akiko Yano: “Non importa quanto siamo distanti, io ti amerò per sempre.”
Da questa canzone Kōji Fukada trae ispirazione per la sua ultima opera presentata al festival del cinema di Venezia, nella sua 79esima edizione. Il regista assorbe dal suo maestro Kiyoshi Kurosawa da cui è stato allievo, una grande maestria nello straniare i personaggi dal mondo che li circonda e trasmettere un senso di desolante alienazione nel comprendere quanto sono fragili e complessi i rapporti umani. Perchè è proprio di rapporti umani che si parla, di comunicazione - o ancora meglio - di incomunicabilità.
Il film si apre presentandoci una famiglia apparentemente felice: con i toni della commedia si assiste ad una una festa di compleanno e tutti si divertono fino a quando un incidente inaspettato è destinato a sconvolgere gli equilibri familiari. Ebbene, il tema che sembra cardine all’interno del film - ovvero la tragedia - non è altro che un macguffin utilizzato da Fukada per riflettere sull’elaborazione di un trauma che deve passare attraverso la comunicazione dei suoi personaggi. Non per niente in Love Life si parla giapponese, coreano e la lingua dei segni. Quest’ultima sembra essere la soluzione perfetta quando si ha difficoltà nel comunicare divenendo un mezzo interculturale universale.
“Da quanto non ci guardiamo negli occhi?”
La parola o la mancanza della stessa, diviene il fulcro attorno al quale il regista ci fa riflettere. La distanza tra le persone non è solo verbale (giapponese/coreano), non è solo metaforica (un rapporto che si sgretola), ma anche fisica. Nonostante i personaggi siano sempre ripresi in luoghi poco spaziosi non si sfiorano mai e non si guardano mai negli occhi. Fantasmi malinconici incapaci di guardare l’altro o per lo meno di guardarsi dentro.
Attraverso uno stile minimale con degli echi del maestro Ryusuke Hamaguchi, Fukada tesse la tela di una malinconica e disperata storia d’amore. Un amore che resiste nonostante la mancanza di Fede, nonostante un terribile fato, nonostante il silenzio e la distanza.
di Simona Rurale
Da questa canzone Kōji Fukada trae ispirazione per la sua ultima opera presentata al festival del cinema di Venezia, nella sua 79esima edizione. Il regista assorbe dal suo maestro Kiyoshi Kurosawa da cui è stato allievo, una grande maestria nello straniare i personaggi dal mondo che li circonda e trasmettere un senso di desolante alienazione nel comprendere quanto sono fragili e complessi i rapporti umani. Perchè è proprio di rapporti umani che si parla, di comunicazione - o ancora meglio - di incomunicabilità.
Il film si apre presentandoci una famiglia apparentemente felice: con i toni della commedia si assiste ad una una festa di compleanno e tutti si divertono fino a quando un incidente inaspettato è destinato a sconvolgere gli equilibri familiari. Ebbene, il tema che sembra cardine all’interno del film - ovvero la tragedia - non è altro che un macguffin utilizzato da Fukada per riflettere sull’elaborazione di un trauma che deve passare attraverso la comunicazione dei suoi personaggi. Non per niente in Love Life si parla giapponese, coreano e la lingua dei segni. Quest’ultima sembra essere la soluzione perfetta quando si ha difficoltà nel comunicare divenendo un mezzo interculturale universale.
“Da quanto non ci guardiamo negli occhi?”
La parola o la mancanza della stessa, diviene il fulcro attorno al quale il regista ci fa riflettere. La distanza tra le persone non è solo verbale (giapponese/coreano), non è solo metaforica (un rapporto che si sgretola), ma anche fisica. Nonostante i personaggi siano sempre ripresi in luoghi poco spaziosi non si sfiorano mai e non si guardano mai negli occhi. Fantasmi malinconici incapaci di guardare l’altro o per lo meno di guardarsi dentro.
Attraverso uno stile minimale con degli echi del maestro Ryusuke Hamaguchi, Fukada tesse la tela di una malinconica e disperata storia d’amore. Un amore che resiste nonostante la mancanza di Fede, nonostante un terribile fato, nonostante il silenzio e la distanza.
di Simona Rurale