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M. IL FIGLIO DEL SECOLO

RECENSIONE

M. IL FIGLIO DEL SECOLO - SPECIALE VENEZIA 81

In una Venezia 81 quanto mai ricolma di racconti seriali, ecco presentarsi sul finire della manifestazione la sua stella più attesa, abbagliante e ambiziosa. M. Il figlio del secolo possiede la fattura del grande cinema, ma senza per questo discostarsi dai binari di una marcata scansione episodica di matrice letteraria. Il risultato è un prodotto dinamico e irriverente, pronto a sfidare i minutaggi sempre più monstre in voga nel lungometraggio con grande impeto ed energia innovatrice.

​La serie diretta da Joe Wright, affermato regista britannico e veterano tanto delle trasposizioni letterarie ottocentesche (Orgoglio e pregiudizio, Anna Karenina e Cyrano) quanto nell'affrontare con mestiere il complesso tema storico recente (L'ora più buia, culmine della carriera del cineasta, in cui seguivamo Churchill nella sua strenua opposizione al regime nazista), ci appare da subito come la summa perfetta di ambo le istanze, mettendo in scena l'omonimo e chiacchierato primo volume della trilogia di Antonio Scurati su Mussolini, Premio Strega 2019, un soggetto che già si presentava come romanzo e grande Storia insieme, appunto.

Al centro degli 8 episodi di cui M. si compone, che coprono un arco temporale di poco meno di 6 anni, dalla fondazione dei Fasci italiani di combattimento del 1919 al discorso in Parlamento del 3 gennaio 1925, c'è ovviamente Lui, la sua ascesa al potere e la roboante presenza scenica di Luca Marinelli a interpretarlo. M come Massimo Popolizio, che, oltre a essere stato il duce nel film di Miniero, ha portato il libro di Scurati anche a teatro, ma soprattutto M come l'inossidabile connubio Mussolini-Marinelli, e, ancora, M come uno dei mostri più famosi della storia del cinema, quello di Fritz Lang, che in anni non dissimili spargeva anch'egli la sua quotidiana dose di sangue e violenza. Il gioco di rimandi e cortocircuiti metatestuali potrebbe naturalmente continuare.
Picture
E non ci si stupisce più di tanto, perché basta assistere ai primi minuti per rendersi subito conto del grande carico di modernità che permea tutta l'opera, in una corsa sfrenata e dirompente dal carattere pop-contemporaneo, sulla falsa riga di altri prodotti seriali sapientemente ammiccanti come The Young Pope di Sorrentino. Il tutto a partire, anche qui, dal suo (anti)carismatico protagonista (perché in realtà un italiano medio come tanti, stessi vizi e virtù, certo perseverante, un po' come il Ray Kroc di Michael Keaton, nel non lasciarsi sfuggire occasioni di ribalta e nell'approfittare della buona sorte quando gira) e da come una figura così controversa, che per gli italiani non ha ancora finito di fare i conti con la Storia e della quale si intravedono oggi pericolosi strascichi, venga messa in scena.

Ci voleva probabilmente un regista inglese per risolvere l'impasse legata al raccontare un momento storico tutto italiano così delicato senza averne timore e, anzi, facendone un travolgente racconto dal respiro internazionale. Le scelte adottate fin dal primo episodio, e che nella misura arrivano in parte a discostarsi dal libro, sono efficaci e consapevoli nel rappresentare un Mussolini cinematograficamente atipico: rottura della quarta parete con fare sbruffone e rapporto diretto con chi guarda, illustrazione in prima persona del vero punto di vista sui fatti e commenti puntuali sul prima e sul dopo dell'azione e, a suggellare il tutto, un tono generale che muove dal farsesco al divertito, dall'empatico al dissacrante, ben sapendo però che spettacolarizzare, ce lo insegna Scorsese, non significa celebrare.

E, a conferma di quest'ultimo punto, non manca un impeccabile uso del montaggio, capace non solo di esaltare le vicende a fini narrativi, ma di farsi strumento fuori campo, dispositivo linguisticamente palpabile con cui svelare la verità dei fatti e, di conseguenza, ridicolizzare quell'epica del potere costantemente scaraventata in faccia allo spettatore. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza un frontman d'eccezione, dotato di estro e fantasia ma al tempo stesso votato alla totale aderenza e rigore agli input di Wright, un Luca Marinelli che con questo ruolo va ad aggiungere un ulteriore tassello alla sua già incredibile galleria di protanisti letterari: da Martin Eden a Diabolik, dal Pietro di un altro Strega quale era Le otto montagne al partigiano Milton dell'ultimo film dei Taviani, Una questione privata, intento, sul finire della guerra, a riflettere sulle barbarie insensate del fascismo, dopo un ventennio di terrore partito proprio da qui, dalla straordinaria scena finale di M., in cui l'intera élite politica italiana schierata in parlamento sembrò non poter far altro che abbracciare con connivenza il proprio figlio del secolo.

​Di Federico Pietro Nave

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