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MARIA

RECENSIONE

MARIA - SPECIALE VENEZIA 81

Ormai Larraín ha trovato la sua ricetta perfetta: prendere una donna di potere dalla vita travagliata e indagare il suo dolore attraverso il cinema. Dopo Jacky e Spancer approda al Lido Maria, che con uno sguardo indulgente scava nel dolore di Maria Callas, interpretata da un Angelina Jolie che non riesce a scomparire dietro il personaggio, come se la diva di oggi (attrice) tentasse di mimetizzarsi nella diva di ieri (la Callas), purtroppo senza successo.

​Larrain dal canto suo porta l’ennesimo film che indugia sul trauma femminile, indagando con una pretenziosa carica drammatica anche lì dove il dramma non viene mostrato. Un passato in bianco e nero poco approfondito mostra l’infanzia di Maria in episodi di violenza da parte delle SS, sprazzi di vita che giustificano da una parte la depressione di Maria, il suo apparente disprezzo verso la vita, dall’altro ci vuole suggerire come la sua maestria nel canto sia strettamente legata ad un dolore interno, ad una ferita aperta e mai chiusa. 
Picture
Larraín però sembra non soffermarsi eccessivamente su questi aspetti, divagando su mariti miliardari (troppo ricchi e poco amorevoli), uomini e donne delle pulizie (Favino e la Rohrwacher) con cui ha un rapporto d’amicizia mancato perché troppo diva, capatine ai bar apposta per farsi fare i complimenti e una malattia incombente di cui non si cura.

In Maria rimane lo stile registico impeccabile di Larraín, qua fin troppo patinato e perfetto (al contrario di film come Spencer in cui a tratti il regista vira quasi su sfumature orrorifiche di tensione). In Maria invece è tutto luccicante, anche la violenza è descritta con edulcorazione (una scena in cui un soldato costringe la protagonista a cantare sarà l’unica visione dei suoi traumi dovuti alla guerra).
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Insomma, purtroppo Larraín delude quando si tratta di toccare per l’ennesima volta il femminile, e a noi non ci resta che sperare ed aspettare il suo prossimo film cileno.

​Di Simona Rurale


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