MAY DECEMBER
Che Todd Haynes fosse un regista fenomenale, non c’erano dubbi. Lo ha dimostrato con la sua filmografia, iniziata nel 1991 con Poison, proseguita con capolavori del calibro di Safe (1995), Velvet Goldmine (1998) e Lontano dal paradiso (2002). Carriera che ha anche vissuto momenti di sperimentazione come il film su Bob Dylan (senza Bob Dylan): Io non sono qui (2007), e opere di grande impatto sociale: Carol (2015) e Cattive Acque (2019).
Con May December il regista californiano torna in concorso a Cannes e lo fa, ancora una volta (ma non c’erano dubbi) con la sua forza registica, con il suo cinema fatto di zone grigie e profondità.
Elizabeth Berry (Natalie Portman) è un’attrice che sta preparando il suo nuovo ruolo, quello di Gracie Atherton-Yoo (Julianne Moore) protagonista di un caso di cronaca molto spinoso avvenuto vent’anni prima: Gracie è sposata con Joe Yoo (Charles Melton), relazione iniziata quando Joe frequentava la seconda media e Gracie aveva trentasei anni.
Elizabeth decide che per interpretare al meglio Gracie, deve frequentarla, deve passare qualche giorno con lei e con Joe, entrando sempre di più nella loro vita e nella loro psicosi.
May December è un film ambiguo, disorientante, in cui ogni personaggio sembra nascondere del marcio all’interno, senza però esserne consapevole. Todd Haynes ama il “grigio”, non ci sono personaggi positivi nel suo ultimo film: ci sono persone che subiscono il potere e oppresse cercano rifugio in una giovinezza che gli è stata negata (Joe), persone che cercano di nascondere le proprie colpe, cercando la pace (Gracie) e poi c’è Elizabeth che un po’ perché il proprio mestiere glielo impone, un po’ perché la scabrosità di questa vicenda l’affascina, si insinua, striscia nelle vite altrui, indagando gli aspetti più morbosi (come l’atto sessuale con cui è iniziato tutto) e cerca di diventare il più possibile Gracie, in un confine estremamente sottile e pericoloso tra la sua interpretazione, e il suo desiderio.
Con May December il regista californiano torna in concorso a Cannes e lo fa, ancora una volta (ma non c’erano dubbi) con la sua forza registica, con il suo cinema fatto di zone grigie e profondità.
Elizabeth Berry (Natalie Portman) è un’attrice che sta preparando il suo nuovo ruolo, quello di Gracie Atherton-Yoo (Julianne Moore) protagonista di un caso di cronaca molto spinoso avvenuto vent’anni prima: Gracie è sposata con Joe Yoo (Charles Melton), relazione iniziata quando Joe frequentava la seconda media e Gracie aveva trentasei anni.
Elizabeth decide che per interpretare al meglio Gracie, deve frequentarla, deve passare qualche giorno con lei e con Joe, entrando sempre di più nella loro vita e nella loro psicosi.
May December è un film ambiguo, disorientante, in cui ogni personaggio sembra nascondere del marcio all’interno, senza però esserne consapevole. Todd Haynes ama il “grigio”, non ci sono personaggi positivi nel suo ultimo film: ci sono persone che subiscono il potere e oppresse cercano rifugio in una giovinezza che gli è stata negata (Joe), persone che cercano di nascondere le proprie colpe, cercando la pace (Gracie) e poi c’è Elizabeth che un po’ perché il proprio mestiere glielo impone, un po’ perché la scabrosità di questa vicenda l’affascina, si insinua, striscia nelle vite altrui, indagando gli aspetti più morbosi (come l’atto sessuale con cui è iniziato tutto) e cerca di diventare il più possibile Gracie, in un confine estremamente sottile e pericoloso tra la sua interpretazione, e il suo desiderio.
Il doppio dunque diventa protagonista, in una concezione bergmaniana del suo significato. Perché probabilmente nessuno vorrebbe essere nei panni di Gracie, oltraggiata dai co-cittadini, costretta a cambiare spesso Paese e “vittima” della più moderna forma di cancel culture, quella che comprende aspetti che non c’entrano con la vita privata, ad esempio il proprio mestiere.
Nessuno vorrebbe essere nei panni di Gracie, ma Elizabeth quei panni li deve indossare, deve immedesimarsi in lei e deve comprendere cosa è effettivamente successo nella testa e nelle pulsioni di una donna di trentasei anni che prova attrazione sessuale nei confronti di un poco più che bambino.
Samy Burch firma una sceneggiatura impressionante, in cui la profondità dei caratteri di Gracie e Joe e l’ambiguità della figura di Elizabeth, letteralmente un’estranea nella vita di estranei, rendono May December un’opera sofisticata ma pericolosa, che in mano a qualunque altro regista sarebbe potuta cadere facilmente nella retorica giudicante. Ma per fortuna il regista di May December è Todd Haynes, che riesce nell’impresa di raccontarci questa scabrosa storia essendo distaccato (ma senza mai assolvere), ottenendo un film incredibile, in cui il nascosto, ciò che non si sa e ciò che si fa finta di non sapere diventa il fulcro centrale dell’opera.
Di Saverio Lunare
Nessuno vorrebbe essere nei panni di Gracie, ma Elizabeth quei panni li deve indossare, deve immedesimarsi in lei e deve comprendere cosa è effettivamente successo nella testa e nelle pulsioni di una donna di trentasei anni che prova attrazione sessuale nei confronti di un poco più che bambino.
Samy Burch firma una sceneggiatura impressionante, in cui la profondità dei caratteri di Gracie e Joe e l’ambiguità della figura di Elizabeth, letteralmente un’estranea nella vita di estranei, rendono May December un’opera sofisticata ma pericolosa, che in mano a qualunque altro regista sarebbe potuta cadere facilmente nella retorica giudicante. Ma per fortuna il regista di May December è Todd Haynes, che riesce nell’impresa di raccontarci questa scabrosa storia essendo distaccato (ma senza mai assolvere), ottenendo un film incredibile, in cui il nascosto, ciò che non si sa e ciò che si fa finta di non sapere diventa il fulcro centrale dell’opera.
Di Saverio Lunare