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MEGALOPOLIS

RECENSIONE

MEGALOPOLIS

​Sapevamo tutti che Megalopolis fosse una follia, sin da quando sono circolate le prime indiscrezioni sulla vendita da parte di Francis Ford Coppola delle proprie aziende vinicole per autoprodursi questo film tanto inseguito e sognato nel corso dei decenni; passando per la mancanza di un distributore che acconsentisse di portare il film nelle sale (successivamente ottenuto); arrivando alla fredda e divisiva accoglienza del film durante la prima all’ultima edizione del Festival del cinema di Cannes. La pellicola, nelle sale italiane dal 16 ottobre, non tradisce le aspettative: è un progetto folle, che non porterà nessun tipo di riscontro economico, e che non ha alcuna intenzione di rispettare la canonica grammatica cinematografica, risultando un prodotto respingente e dalla difficile visione.
​
Ma Megalopolis non è soltanto questo (per fortuna). Non è semplicemente la visione di un folle alle prese con una megalomania artistica (chi se non Francis Ford Coppola ha lo status e il nome per potersi permettere un progetto simile?). È anche un’opera capace di raccontare l’eterno potere di chi influenza le masse: che può essere un potere artistico, politico o economico; di mettere in scena l’espiazione futura dei crimini commessi nel presente, a partire dall’obbligata creazione di un nuovo materiale organico per poter sopravvivere, dato che i materiali che abbiamo costruito hanno distrutto l’ecologia globale (in questo ricorda Crimes of the Future, non a caso del suo pressoché coetaneo artistico David Cronenberg) e di raccontare i sentimenti di una relazione capace di far tornare la voglia di fermare il tempo e di vivere eternamente quel secondo cristallizzato con la persona che si ama. Certo, tutto questo è reso attraverso un film che non ricerca mai la convenzionalità moderna, rifacendosi alla New Hollywood (la corrente di Francis Ford Coppola) e ad un modo di fare cinema che non appartiene più al presente, per ambizioni, modalità e racconto.
Picture
​Ed è cosi che in una New York che ricorda l’antica Roma, la volontà da parte di un architetto (Adam Driver) di costruire una città utopistica in cui tutti vivono al meglio (ricordando un’altra ideologia teoricamente utopistica) utilizzando un nuovo materiale da lui creato: il Megalon, si può interpretare non solo come un’impresa economica, ma anche come una volontà artistica di creare qualcosa di rivoluzionario (e non è dissimile da quel Francis Ford Coppola che ha girato il rivoluzionario e folle Apocalypse Now). È una visione fastidiosamente autoreferenziale? Sicuramente si, ma che fascino.

Alla fine Megalopolis risulta essere questo: una mal riuscita, imprecisa e difettosissima opera sulla società e sull’autorialità, ma che può essere definita a tutti gli effetti un’opera, di quelle da scrivere con la O maiuscola.

​Di Saverio Lunare

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