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MONKEY MAN

RECENSIONE

MONKEY MAN

Dev Patel si prende completamente carico di un action movie senza tregua in salsa John Wick con dei forti riferimenti alla situazione politico-religiosa dell’India moderna. Regista, sceneggiatore, produttore (insieme a Jordan Peele), Dev Patel si posizione anche davanti alla macchina da presa in veste di protagonista indiscusso, confermando la completa dedizione verso un progetto in cui è pronto a metterci tutto sé stesso.

​Monkey Man non è nient’altro che lo pseudonimo di Kid, un giovane lottatore che si batte in un giro clandestino e malfamato, il cui unico pensiero è quello di vendicare la morte violenta della madre durante un raid verso il villaggio rurale dove è cresciuto. Tra visioni allucinate, scatti d’ira violenti e cicatrici sulle mani che sostituiscono un curriculum per essere assunto, lo stress post-traumatico è il co-protagonista della storia, Kid infatti, sarà mosso da una cieca forza vendicativa (che strizza l’occhio anche al cinema di Park Chan-wook) convinto nell'impresa di affrontare il proprio passato per ritrovare sé stesso.
Picture
Dev Patel mette in scena un film che toglie il respiro grazie ad un montaggio sregolato, in cui i movimenti rapidi della macchina da presa sembrano un prolungamento dei colpi sferrati ai personaggi, così siamo sballottati in ogni direzione, rotoliamo e ci capovolgiamo a tutta velocità dopo ogni botta e diveniamo partecipi a 360 gradi delle pene inflitte ai personaggi. E forse il pregio più grande di questa pellicola è proprio questo: essere in grado di tenerci incollati allo schermo e intanto parlare di qualcosa a cui lo spettatore occidentale medio non è abituato, ovvero l’induismo e la storia politica indiana.

La religione induista infatti è un tema centrale della pellicola: da una parte Dev Patel la descrive come uno stimolo per raggiungere i propri obiettivi e ritrovare una sorta di purezza nello spirito (attraverso la figura religiosa evocata più volte nel film di nome Hanuman, reincarnata simbolicamente nel protagonista). Parallelamente il regista ci dice che la religione può anche essere uno strumento per giustificare il male inflitto agli altri, le discriminazioni di ogni genere e la corruzione di una classe dominante con le mani sporche di sangue pronta a far marcire un Paese dall'interno (nel film tutto questo è incarnato dal Partito Sovrano).

Tra acrobazie virtuosistiche e fiotti di sangue che sgorga in ogni inquadratura, Monkey Man ha il pregio di raccontare una storia politica, fatta di disuguaglianze sociali e ingiustizie che riguardano un intero Paese, in una cornice accattivante e intrattenente. Come ogni film di genere che si rispetti.


​Di Simona Rurale

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