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OH, CANADA - I TRADIMENTI

RECENSIONE

OH, CANADA - I TRADIMENTI

Nell’attuale cinema di Paul Schrader è sempre presente l’espiazione delle proprie colpe, in un meccanismo che porta i protagonisti a confrontarsi con il passato, i segreti e le proprie responsabilità. Anche in Oh, Canada, l’ultimo film del grande regista statunitense, c’è un rapporto con la memoria e il passato, rapporto restituito attraverso un affascinante analisi delle immagini e della finzione cinematografica.

Leonard Fife (Richard Gere) è un regista di documentari apprezzato da critica e pubblico. Quando i suoi ex studenti di cinema vogliono girare un documentario su di lui, Leonard navigherà tra ricordi reali e avvenimenti fittizi.
Quanto idolatriamo un artista senza conoscerlo realmente? Quanto ci affidiamo alla forza delle immagini supponendo che esse restituiscano la realtà ad ogni costo? Oh, Canada parla proprio di questo e lo fa in maniera estremamente elegante, mettendo ancora una volta in mostra la forza descrittiva della messa in scena di Paul Schrader (grande regista, oltre che grande sceneggiatore).

Una delle idee cinematograficamente più intriganti di Oh, Canada, è quella di restituire allo spettatore i ricordi di Leonard confondendo i volti e i corpi dei personaggi, sovrapponendo ai reali volti quelli delle persone che stanno accanto all’uomo nel presente, o addirittura confondendo il proprio corpo del passato (interpretato da Jacob Elordi) con quello attuale. Un’immagine che viene restituita in maniera fittizia dunque, un ricordo sbagliato e una rappresentazione della realtà imprecisa, esattamente come imprecisa può essere la rappresentazione artistica di un uomo e della propria vita, meccanismo alla base del documentario biografico (prodotto selezionato attraverso una scelta di che immagini mostrare e di che cosa far vedere, dunque privo dell’effettiva realtà, come qualsiasi opera audiovisiva).
Picture
Per ampliare questa deliziosa analisi, Paul Schrader decide di mettere in scena studi fatti da Susan Sontag sull’immortalità dell’immagine, e teorizza sui prodotti documentari realizzati dal suo personaggio, come ad esempio il primo successo, avvenuto per caso e senza alcuna intenzione sociale alla base, ma che presto diverrà un manifesto capace di denunciare crimini di guerra.

Oltre a tutto questo, Oh, Canada, è anche un melò intrigante sul rapporto ideologico di un uomo americano del Novecento, in rapporto con la sua voglia di abbracciare il proprio credo, in ribellione con quello del contesto sociale d’appartenenza, non a caso la prima meta sognata è Cuba, in pieno clima di Guerra Fredda. Destinazione che verrà presto modificata in una più realistica: il Canada, nazione outsider rispetto agli Stati Uniti d’America, nonostante i confini così vicini da essere tangibili.

La pellicola di Schrader non è certamente un film dalla facile fruizione, data la nicchia di spettatori affascinati da questo tipo di teorizzazione sulle immagini. Ma se si lascia trasportare dalla morbidezza stilistica e si accetta di confrontarsi con un film più interessante dal punto di vista teorico che narrativo, allora Oh, Canada saprà toccare le corde giuste, rivelandosi un altro grande tassello nell’analisi del passato messo in scena da Paul Schrader.

Di Saverio Lunare

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