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OPPENHEIMER

RECENSIONE

OPPENHEIMER

L’ultimo film di Christopher Nolan è anche il suo lavoro più complesso. È paradossale pensando alla filmografia di uno dei registi più influenti della sua epoca ma in Oppenheimer Nolan toglie la maschera che il suo cinema ha (quasi) sempre avuto, quella maschera apatica e volutamente complicata che nascondeva una grande vuotezza, realizzando sì il suo film più complesso, ma finalmente la sua complessità è basata su rapporti personali e morali. Finalmente a rendere il film complesso è un ideologia e non un mero stilismo.

​Robert Oppenheimer sembra essere soltanto un pretesto per raccontare molto di più. La pellicola di Christopher Nolan analizza la prima metà del XX secolo, cinquant’anni di conflitti mondiali e distruzione di massa, affrontando l’abbandono ideologico da parte dell’uomo e descrivendo attraverso il “progetto Manhattan” l’ambiguità morale alla base del novecento.
Picture
Una grande impresa scientifica ma portatrice di morte, la più grande creazione che sia stata fatta che contemporaneamente è la più distruttiva arma di massa mai concepita dall’essere umano. Il progetto Manhattan è la scienza piegata dall’uomo, è uno sfruttamento di incredibili capacità intellettive per creare qualcosa che è progresso scientifico ma regresso intellettuale, ideologico.

Oppenheimer ha due archi temporali che si intrecciano, il “processo” a Robert Oppenheimer in piena guerra fredda per aver trasmesso informazioni alla Russia sul progetto Manhattan e il pre Hiroshima/Nagasaki con il progetto che prende vita e si sviluppa, fino alla sua realizzazione.
Durante il processo ad Oppenheimer il film si trasforma, prende le sembianze di un film d’inchiesta, fornendo nomi e dati con un ritmo incessante, ma tenendo costante l’ambiguità ideologica alla base della pellicola, evidenziandola con dialoghi veloci e arringhe accusatorie, assumendo una forma diversa (ma non meno efficacie) rispetto al principale arco narrativo, dove a fare da padrone non sono le parole ma le immagini e i personaggi: come Jean Tatlock (Florence Pugh) giovane tesserata del partito comunista di cui Oppenheimer si invaghisce. Jean è spesso nuda, imprendibile e domina Oppenheimer, sia dal punto di vista sessuale che sentimentale, un rapporto breve, ma che segnerà Oppenheimer per sempre. Per la prima volta in Nolan la donna è ideologia ed è un rapporto politico.

Oppenheimer è il miglior film di Christopher Nolan, lo è perché a differenza delle sue precedenti opere è finalmente una pellicola dove alla base persistono i rapporti tra persone in relazione con la storia, con il tempo e con le ambiguità che essi vivono in quanto esseri umani.

Di Saverio Lunare

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