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PARTHENOPE

RECENSIONE

PARTHENOPE

​Dopo il successo di È stata la mano di Dio (forse il più grande in termini di apprezzamento dell’intera carriera del regista) Sorrentino torna ad essere ermetico, metaforico, a tratti frivolo e spocchioso, ma lo fa con un’eccezionale forza nella costruzione di sequenze capaci di restituire suggestioni e rappresentare delle idee

Partenope (Celeste Dalla Porta) è una donna nata in mare, sulle coste di Napoli. Attraverso i decenni assisteremo a frammenti della sua vita: prima nella giovinezza, successivamente nella maturità. Una cosa è certa: la donna è desiderata da chiunque, ciò porterà ad un’esistenza travagliata, tra traumi giovanili e ricerca costante di rapporti che hanno a che fare con il potere.
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C’è chi la desidera carnalmente e non potrà mai averla; c’è chi la brama platonicamente e in lei rivede l’opposto di ciò che la vita gli ha riservato; chi la vuole soltanto per una notte e chi sfrutta il proprio potere per possederla. Partenope non è semplicemente una donna e questo lo capiamo da subito, da quando il “comandante” deciderà per lei il nome di Napoli, quella città capace di ammaliare esattamente come fa Partenope, ma anche di ferire, distruggere, far ammazzare metaforicamente e non (come, ancora una volta, fa Partenope).
Picture
​Scrittori americani affascinati da lei ma incapaci realmente di comunicare; fratelli che preferiscono uccidersi piuttosto di non averla; camorristi che come primo appuntamento scelgono il rito d’unione tra due famiglie in cui un ragazzo e una ragazza sono obbligati a consumare un rapporto sotto gli sguardi degli affiliati; professori universitari che capiscono che in lei ci può essere il riscatto, il contro altare di una vita ingiusta; preti napoletani che si eccitano con le proprie ricchezze e decidono di adornare il corpo della donna con i gioielli ecclesiastici. Partenope è circondata da tutto questo, da personaggi tipici del cinema di Sorrentino, quel Sorrentino grottesco di L’amico di famiglia (2006) in cui anche lì il potere era associato al sesso e al possedimento.
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Certo, manca un po’ l’ossatura del film. Parthenope vive di suggestioni, frammenti, fantastiche scelte visive, corpi, sguardi, luoghi; non è il Sorrentino travolgente di Il Divo (2008) o quello intimo di È stata la mano di Dio (2021), ma non è nemmeno quello poco sincero di La grande bellezza (2013). È un Sorrentino da prendere o lasciare, che non piacerà a tutti, ma che se si accetta il gioco e si entra nelle regole imposte dal regista, saprà sorprendere e ammaliare. Parthenope ha tutti i difetti di Sorrentino ma, per fortuna, ne possiede anche tutti i pregi.

​Di Saverio Lunare

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